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Home - “Pagavamo per paura”: gli imprenditori rompono il silenzio e raccontano il sistema delle estorsioni a Foggia

“Pagavamo per paura”: gli imprenditori rompono il silenzio e raccontano il sistema delle estorsioni a Foggia

Dalle tangenti periodiche alle minacce velate, fino alle richieste di denaro per “mantenere i detenuti”. Nell’ordinanza della Dda di Bari le denunce di imprenditori edili, agricoli e commercianti che hanno deciso di collaborare con la squadra mobile. “Se non paghi non lavori più”

Di Francesco Pesante
12 Maggio 2026
in Foggia, Inchieste
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Per anni avrebbero pagato in silenzio. Tangenti periodiche, somme di denaro consegnate a cadenza fissa, richieste sempre più pesanti e il timore costante di ritorsioni. Poi, qualcosa si sarebbe incrinato. Alcuni imprenditori foggiani hanno deciso di parlare con gli investigatori della squadra mobile, raccontando un sistema estorsivo che, secondo la Direzione distrettuale antimafia di Bari, sarebbe stato imposto attraverso la forza intimidatrice della “Società foggiana”.

È uno degli aspetti più significativi contenuti nell’ordinanza cautelare firmata dal gip del Tribunale di Bari Paola Angela De Santis, che ricostruisce mesi di indagini partite proprio dalle denunce di alcuni imprenditori.

Secondo la Dda, le vittime sarebbero state costrette a versare denaro per poter continuare a lavorare senza problemi, evitare danneggiamenti o scongiurare conseguenze sulle rispettive attività economiche. Un clima di paura che emerge in più passaggi dell’ordinanza, dove si sottolinea come molti imprenditori abbiano inizialmente mantenuto atteggiamenti reticenti proprio per il timore delle ripercussioni.

Le denunce che hanno fatto partire l’inchiesta

L’inchiesta, viene spiegato negli atti, nasce dalla denuncia presentata nell’ottobre 2024 da un imprenditore attivo nel settore alberghiero e turistico, vittima – secondo la procura – di ripetuti tentativi estorsivi.

Da lì gli investigatori della squadra mobile avrebbero avviato intercettazioni, pedinamenti e riscontri che avrebbero fatto emergere ulteriori episodi ai danni di imprenditori edili, commercianti, imprenditori agricoli e titolari di attività commerciali della città.

In diversi casi, gli imprenditori avrebbero raccontato di richieste periodiche di denaro, avanzate facendo chiaramente percepire il peso criminale di chi si presentava. Le somme, secondo la ricostruzione accusatoria, sarebbero state destinate sia alle casse delle batterie mafiose sia al sostegno economico di affiliati detenuti.

“Tutti gli imprenditori si rivolgono a noi”

Tra gli episodi più pesanti ricostruiti nell’ordinanza c’è quello relativo a un imprenditore del settore alberghiero che avrebbe denunciato pressioni e intimidazioni legate a presunti crediti vantati da altri soggetti.

Nelle intercettazioni finite agli atti, uno degli indagati avrebbe detto all’imprenditore: “Tutti gli imprenditori si rivolgono a noi quando hanno problemi di soldi… il recupero si fa metà ciascuno”.

E ancora: “Io prendo la gente e gli squaccio il melone”.

Frasi che, secondo gli investigatori, sarebbero state pronunciate per rafforzare il clima intimidatorio e costringere la vittima ad accettare le pretese economiche.

Le richieste di denaro agli imprenditori edili

L’ordinanza descrive anche presunte estorsioni ai danni di imprenditori operanti nel settore edilizio. Secondo la Dda, alcuni avrebbero versato tangenti periodiche comprese tra mille e quattromila euro, pagate più volte durante l’anno, in coincidenza con festività o particolari periodi lavorativi.

Gli imprenditori, secondo l’accusa, avrebbero ceduto alle richieste perché convinti che un eventuale rifiuto avrebbe comportato conseguenze pesanti per le rispettive attività.

L’imprenditore agricolo e i 100mila euro dopo il furto dell’auto

Tra gli episodi contestati compare anche la vicenda di un imprenditore agricolo che, dopo il furto della propria auto a Borgo Mezzanone, avrebbe ricevuto una richiesta estorsiva da centomila euro per “sistemare la vicenda”.

Secondo la procura, l’uomo sarebbe poi stato costretto a consegnare settemila euro in contanti pur di evitare ulteriori problemi.

La paura nei racconti agli investigatori

Nell’ordinanza il gip evidenzia come il clima di intimidazione mafiosa emerga anche dal comportamento delle vittime. In diversi casi, infatti, gli imprenditori avrebbero inizialmente minimizzato o evitato di raccontare tutto agli investigatori.

Per la Dda, proprio questa omertà sarebbe una dimostrazione della forza intimidatrice esercitata sul territorio.

Gli investigatori parlano di imprenditori “facoltosi”, titolari di attività importanti e radicate nel territorio foggiano, individuati come obiettivi delle richieste estorsive.

Gli arrestati nell’operazione

Nell’ambito dell’inchiesta sono stati raggiunti da misura cautelare: Francesco Abbruzzese, Antonio Bellofatto, Fabrizio Bevilacqua, Luciano Calabrese, Luigi Croce, Antonio Riccardo Augusto Frascolla, Gioacchino Frascolla, Alessandro Moffa, Pasquale Moffa, Alessandro Moretti, Raffaele Perdonò, Samuel Perdonò, Claudio Pesante, Sergio Ragno, Ciro Spinelli, Ciro Stanchi e Luigi Tonti.

L’ordinanza ricostruisce inoltre ulteriori episodi contestati a Saverio Bruno e Francesco Cocco in relazione ad altre vicende estorsive e detenzione di armi.

Nel fascicolo compare più volte anche il nome di Alessandro Moretti, alias “Sassolin”, figura centrale in diverse conversazioni intercettate. Nei suoi confronti, però, la richiesta di misura cautelare è stata revocata per “intervenuto decesso dell’indagato”, come annota il gip nell’ordinanza.

Moretti è stato ucciso il 15 gennaio scorso a Foggia, in via Sant’Antonio. Era nipote dello storico boss Rocco Moretti, detto “il porco”, e la sua morte ha riacceso il timore di nuovi regolamenti di conti nella criminalità organizzata foggiana.

Le intercettazioni e il ruolo dei collaboratori

Secondo il gip, le indagini si fondano su intercettazioni telefoniche e ambientali, denunce, riconoscimenti fotografici e dichiarazioni di collaboratori di giustizia appartenenti alla criminalità organizzata foggiana. Tra gli altri Giuseppe Francavilla, Patrizio Villani, Matteo Pettinicchio, Carlo Verderosa e Alfonso Capotosto.

La procura sostiene che le attività estorsive fossero accomunate da un elemento preciso: l’utilizzo della forza intimidatrice mafiosa per controllare attività economiche e imprenditoriali del territorio foggiano.

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