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Home - CCR in via Patroni a Foggia, Belmonte: “Non è Nimby, è democrazia e rispetto per i cittadini”

CCR in via Patroni a Foggia, Belmonte: “Non è Nimby, è democrazia e rispetto per i cittadini”

Sul nuovo centro rifiuti a Foggia esplode il dibattito: l’ex presidente Iacp difende i residenti e accusa la politica di decidere senza confronto

Di Antonella Soccio
5 Maggio 2026
in Cronaca, Foggia
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Si intitola “Non chiamatelo Nimby: è una questione di democrazia giustizia urbana e rispetto” l’intervento che Paolo Belmonte, manager pubblico di lungo corso ed ex storico presidente degli ex Iacp, ha affidato sui social sul profilo dell’ambientalista Vincenzo Rizzi.

Il tema è la realizzazione del nuovo Centro Comunale di Raccolta (CCR) in via Patroni a Foggia destinato a ingombranti e altri materiali, che sta incontrando come di consueto non poche opposizioni e lagnanze da parte dei residenti.

“Avrei potuto non dire nulla – scrive Belmonte -. In fondo non abito lì, non parcheggio lì, non apro le finestre su quella strada. Avrei potuto archiviare la vicenda con l’alzata di spalle di chi pensa: non mi riguarda. È così che muoiono le città: non solo per gli errori di chi le governa, ma per il silenzio di chi sceglie di non vedere. La soluzione più comoda sarebbe liquidare tutto con una formula da manuale: NIMBY, not in my back yard, non nel mio cortile. Un’etichetta pratica, quasi igienica, utile a squalificare in partenza ogni protesta dei residenti. La si usa spesso per evitare la fatica di distinguere tra egoismo e ragionevolezza, tra rifiuto pregiudiziale e domanda legittima di equilibrio. Ma proprio qui sta il punto: non ogni opposizione a un’opera è una sindrome, non ogni dissenso è arretratezza, non ogni critica è inciviltà. A volte, anzi molto spesso, è il contrario: è il segnale che una comunità sta difendendo il diritto a essere ascoltata”.

Un residente della zona è stato netto nel riferire a Belmonte perché il CCR non andava realizzato lì.

“Quel plesso non è stato costruito dopo il 2022- spiega- era già lì e logica, igiene e rispetto della civiltà vuole che non si metta una discarica accanto alla porta di una abitazione. Vorrei proprio vedere se lo avessero messo sotto casa di uno dei politici. Da loro si vede asfalto in buone condizioni, marciapiedi sani, buona illuminazione e sicuramente telecamere di ultima generazione. Questa è la nostra classe politica e poi ci lamentiamo di essere ultimi per vivibilità”.

Secondo Belmonte il problema non è solo tecnico, ma profondamente politico.

“Quando una scelta che incide sulla qualità della vita quotidiana viene assunta senza un confronto reale con chi abita quei luoghi, non siamo davanti a una semplice decisione amministrativa: siamo davanti a una riduzione della cittadinanza a passività. Prima si decide, poi forse si informa. Prima si interviene, poi si chiede comprensione. È la vecchia pedagogia verticale del potere locale: noi governiamo, voi adeguatevi. Questo meccanismo è noto. Si chiama ingiustizia procedurale: non conta solo il contenuto della decisione, ma il fatto che le persone coinvolte siano state escluse dal processo che la produce. E quando manca la giustizia procedurale, quasi sempre si produce anche una forma di ingiustizia distributiva: i costi ambientali, paesaggistici e sociali ricadono sui cittadini più esposti, mentre i benefici vengono raccontati in astratto, come se bastasse evocare l’interesse generale per cancellare il peso concreto che alcune scelte scaricano su un quartiere, su una strada, su un condominio”.

La questione è anche ambientale perché per Belmonte “il verde urbano non è arredamento”.

“Non è una gentile concessione estetica- osserva- È un’infrastruttura ecologica e sanitaria: mitiga il calore, assorbe polveri, offre ombra, riduce lo stress, migliora la vivibilità. Sottrarre alberi, comprimere spazi, ridurre margini di respiro in un contesto abitato significa incidere sulla qualità dell’ambiente vissuto. E farlo per collocare un’infrastruttura necessaria ma impattante a ridosso delle abitazioni significa porre una domanda che nessuna amministrazione seria dovrebbe temere: era davvero l’unica soluzione possibile? Oppure si potevano valutare alternative meno invasive, magari già presenti nel tessuto urbano o ai suoi margini, magari sottraendo aree ad appetibili per future operazioni immobiliari, ma più razionali dal punto di vista del bene comune?

Questa domanda, da sola, meriterebbe una risposta pubblica, documentata e rispettosa. Non una difesa d’ufficio. Non la solita irritazione verso chi protesta. Non la caricatura dei cittadini trasformati in egoisti per definizione. Perché chi vede cambiare radicalmente il paesaggio sotto casa, chi assiste alla perdita di parcheggi, chi teme un peggioramento del decoro e della vivibilità, chi si chiede perché proprio lì e non altrove, non sta necessariamente dicendo “non fate nulla”: sta dicendo, più semplicemente, fatelo meglio, fatelo con criterio, fatelo insieme a noi. Una democrazia matura non teme questo tipo di obiezioni. Le cerca. Le considera una risorsa. Le usa per correggere, migliorare, motivare, persino per cambiare idea. Quando invece il confronto manca, la politica si riduce ad amministrazione muscolare: decide, occupa, comunica. E se la decisione non regge al confronto, allora tanto vale non farlo il confronto. È una tentazione antica, ma devastante. Perché nel breve periodo forse accelera i procedimenti; nel lungo periodo, però, corrode la fiducia pubblica. E una città senza fiducia è una città che si frammenta: quartieri contro quartieri, residenti contro istituzioni, bisogni concreti contro narrazioni ufficiali”.

Molto amara la conclusione. “Troppe amministrazioni nate nel nome della partecipazione finiscono poi per vivere il dissenso come intralcio. Promettono ascolto e praticano notifiche. Rivendicano prossimità e producono distanza”.

E ancora: “Una città si misura non da come tratta i grandi investitori o i grandi eventi, ma da come tratta i suoi abitanti ordinari quando chiedono rispetto. Il governo urbano non è soltanto la capacità di fare; è la capacità di fare bene, fare con criterio, fare senza umiliare. E soprattutto di spiegare perché una scelta è necessaria, quali alternative sono state valutate, quali compensazioni si prevedono, quali benefici reali produrrà e quali costi imporrà.Chi oggi chiede chiarezza, ascolto e revisione non sta facendo ostruzionismo. Sta facendo democrazia. E chi riduce questa domanda a fastidio, a emotività o a NIMBY, in realtà non sta descrivendo i cittadini: sta rivelando una certa idea del potere”.

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Tags: AmbienteCCRFoggianimbyPaolo BelmontepartecipazionePoliticarifiutiUrbanisticavia patroni
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