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Home - Caporalato in Capitanata, arriva la Commissione del Senato: focus su sfruttamento e fondi PNRR persi

Caporalato in Capitanata, arriva la Commissione del Senato: focus su sfruttamento e fondi PNRR persi

Giovedì in Prefettura a Foggia l’incontro con il senatore Tino Magni. Il 91% delle inchieste riguarda l’agricoltura, mentre resta il nodo ghetti e la scarsa denuncia delle vittime

Di Antonella Soccio
5 Maggio 2026
in Foggia, Politica
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È prevista per giovedì mattina alle ore 11 in Prefettura a Foggia la visita della Commissione parlamentare di inchiesta del Senato della Repubblica sulle condizioni di lavoro in Italia, sullo sfruttamento e sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, presieduta dal senatore Tino Magni, aperta alle istituzioni locali e alle organizzazioni datoriali.

Importante sarà il focus sul caporalato nelle campagne, che continua ad essere la piaga della Capitanata, le inchieste per sfruttamento lavorativo riguardano infatti per il 91% il settore agricolo.

Con la perdita dei fondi stanziati dal PNRR, pari per la provincia di Foggia a 114 milioni di euro, per il superamento dei “ghetti” e al contrasto dello sfruttamento dei lavoratori migranti, si assiste ad una desolante inerzia istituzionale, le inchieste della Procura della Repubblica di Foggia assumono un ruolo centrale, soprattutto di supplenza delle policy, come si legge nel RAPPORTO LABORATORIO a cura del Centro di ricerca interuniversitario L’Altro Diritto, in collaborazione con l’Osservatorio Placido Rizzotto e la FLAI CGIL sullo sfruttamento lavorativo e sulla protezione delle vittime.

Il focus del Rapporto si concentra sulle inchieste condotte nel periodo (biennio 2023/2024).

Nell’approfondimento sulla Capitanata intitolato “”Il contrasto allo sfruttamento lavorativo in Provincia di Foggia: alcune osservazioni sulle risposte giudiziarie dell’ultimo biennio” di Claudio de Martino e Giovanni Soccio si legge che in 13 casi, l’iniziativa della denuncia è pervenuta direttamente dai lavoratori vittime di sfruttamento; nei restanti, invece, le condizioni di sfruttamento lavorativo sono emerse grazie all’attività svolta dalle forze di polizia e dall’Ispettorato del lavoro. In un solo caso, invece, sono state le organizzazioni sindacali a far emergere la patologia.

In riferimento allo status dei soggetti coinvolti è emerso come nella quasi totalità i cittadini extra-comunitari risultassero irregolari sul territorio italiano (solo in due casi i lavoratori erano richiedenti asilo o protezione internazionale). In 5 procedimenti le vittime sono risultati essere cittadini comunitari (rumeni e bulgari); solo 3, invece, i casi in cui ad essere interessati dal fenomeno sono stati lavoratori italiani.

Sul fronte degli autori del reato, prevalgono le indagini che hanno riguardato solo i datori di lavoro (12 casi), rispetto a quelle in cui sono stati indagati solo i caporali (7 casi). In 6 procedimenti, invece, le indagini hanno colpito entrambi. I datori di lavoro, nella totalità dei casi, sono di nazionalità italiana, contrariamente agli intermediari, di origine quasi esclusivamente straniera, ossia africana e dei paesi dell’Europa dell’Est; solo 3 i caporali italiani. In un caso, ad assumere il presunto ruolo di caporale (essendo il procedimento giunto ad archiviazione), è stata una donna straniera, inizialmente ritenuta reclutatrice di un gruppo di donne ucraine da impiegare nel settore della ristorazione

“Ciò che, invece, emerge con chiarezza dall’indagine – si legge – è la sproporzione tra il numero di notizie di reato per sfruttamento lavorativo, in relazione alle quali è stata attivata l’azione penale, e il numero di procedimenti definiti: soltanto una minima parte dei fascicoli aperti, infatti, si conclude con una sentenza, mentre la larga maggioranza viene ancora archiviata. In particolare, appare sproporzionato il rapporto tra la diffusione del fenomeno, desumibile anche dal numero di lavoratori presenti negli insediamenti informali, e la quantità, comunque esigua, di procedimenti attivati su istanza dei lavoratori (pari a circa la metà delle inchieste avviate)”.

Qual è la causa dello scarso numero di indagini? Sono pochi i controlli dell’Ispettorato del Lavoro? I ricercatori avanzano alcune ipotesi.

Anzitutto la  condizione di ricattabilità dei lavoratori, spesso legata al loro status giuridico precario, la paura di ritorsioni da parte degli sfruttatori, ma, non ultima, anche una diffusa sfiducia nell’efficacia della tutela giurisdizionale.

“L’accesso alla giustizia penale, pur fondamentale per l’accertamento delle responsabilità e la repressione del reato, non garantisce di per sé al lavoratore sfruttato né l’accesso a un’occupazione dignitosa, né tantomeno il riconoscimento dei diritti retributivi lesi, in quanto, salvo l’ipotesi — rara nella prassi — in cui la vittima si costituisca parte civile nel processo penale, e spesso neppure in questo caso, tale via non consente di ottenere il ristoro patrimoniale per l’attività lavorativa prestata in condizioni di sfruttamento”.

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Tags: Agricolturacaporalatocommissione senatoFlai CgilFoggiaghettilavoroPnrrsfruttamentotino magni
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