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Home - Dalla Uno Bianca al delitto Roccia: due storie nere al centro dell’incontro promosso da Rita Montrone

Dalla Uno Bianca al delitto Roccia: due storie nere al centro dell’incontro promosso da Rita Montrone

A Palazzo Dogana riflettori su criminalità e memoria collettiva con il criminologo Antonio Diurno e il commissario Baglioni: "Scrivere è un atto civile"

Di Antonella Soccio
8 Luglio 2025
in Cultura&Società, Foggia
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Prima donna poliziotta della Questura di Foggia, Rita Montrone ha scelto la via culturale per la sua prima uscita pubblica da candidata in pectore alle prossime elezioni regionali. E in sala ha calamitato gran parte del suo partito, Fratelli d’Italia, con la presenza dell’onorevole Giandonato La Salandra suo sostenitore, della vicepresidente del Consiglio Concetta Soragnese, del gruppo giovani capitanato da Mario Giampietro, ma anche l’attenzione di Napi Cera. Presente inoltre l’ex procuratore capo di Foggia, Vincenzo Russo.

Presidente della Sezione Associazione nazionale della Polizia di Stato di Foggia Rita Montrone ormai in pensione, ha proposto a Palazzo Dogana l’evento “Narrazione e Memoria – La scrittura come impegno civile”, che è stato un momento prezioso per riflettere insieme e condividere il valore della memoria attraverso la forza della parola scritta, su due fatti di cronaca, sintetizzati in due libri: “Cattive divise – storia della Uno Bianca” e “Fiore di marzo – il delitto Nadia Roccia”, entrambi scritti dal criminologo Antonio Diurno.
Il primo è la ricostruzione minuziosa e dettagliata della storia della ‘Banda della Uno Bianca’, organizzazione criminale che terrorizzò l’Italia per sette anni, dal 1987 al 1994; il secondo narra dell’omicidio – di cui si occupò la stessa Montrone – che sconvolse la piccola comunità di Castelluccio dei Sauri il 14 marzo 1998. Due storiacce come sono state definite.
La discussione ha favorito una riflessione sulle dinamiche che possono portare a comportamenti violenti e sulla necessità di comprendere le cause profonde della criminalità.
All’evento, oltre all’autore dei libri, ha partecipato eccezionalmente Luciano Baglioni, sostituto commissario coordinatore della Polizia di Stato, protagonista nella cattura della Banda della Uno Bianca.

L’Emilia Romagna come un film di Tarantino

È venuto quasi naturale a Diurno raccontare la storia meno raccontata d’Italia pur essendo travolti dal crimine. In Cattive Divise Diurno ha ripercorso tecnicamente i delitti dei fratelli Savi. In cosa consiste il lavoro di un criminologo? “L’innocenza o la colpevolezza non interessano al criminologo che cerca il perché. Nel 1987 ero un ragazzino, ma la banda della uno bianca è stata poi la mia tesi di laurea. Quando abbiamo deciso il titolo ho avuto uno scontro con l’editore perché secondo lui Cattive divise ci avrebbe tagliato fuori il mondo delle forze dell’ordine. Studio e leggo sulle carte e avere accanto il dottor Luciano Baglioni è una grande emozione”.

L’ispettore che insieme al pool riuscì a smascherare i fratelli Savi è stato netto nel raccontare quegli anni di sangue. Il primo conflitto a fuoco lo ha avuto con loro e c’è stato l’inizio della loro carriera sanguinaria.
“Quelle persone non indossavano la divisa che indossavamo noi o che ha indossato Rita. Loro non sono mai stati dei poliziotti, la divisa era una loro copertura, noi abbiamo arrestato dei criminali, i poliziotti sono ben altro”.

“Grazie ad un lavoro certosino fatto insieme ai carabinieri, abbiamo studiato a fondo le cose e non abbiamo badato alle illazioni di quegli anni. Molti parlavano di falange armata, di servizi segreti, si parlava di cose extraterrestri, noi non ci abbiamo mai creduto. Pensavamo ad ex poliziotti. Sapevamo come agivano prima di fare un colpo. Ci siamo messi nei loro panni, facendo appostamenti. Antonio Mosca, la prima vittima, ci ha dato il segnale. La volontà e la dedizione al lavoro ci ha portato alla soluzione del caso, che ci ha creato tanta invidia e ne abbiamo subito le conseguenze”. Quei soldi macchiati dal sangue hanno fatto molto male alla polizia. “Indossare una giubba significa cucirla sulla pelle, tenerla sempre viva nella memoria”, ha aggiunto Montrone.

L’omicidio di Nadia Roccia

Marzo 1998. Un piccolo Comune e tutta la comunità foggiana sono sconvolte dalla vicenda di tre giovani studentesse del Liceo Poerio. In sala anche l’avvocato Gianluca Ursitti che fu il difensore della mente dell’assassinio, Annamaria Botticelli.
Rita Montrone, giovane agente, fu tra coloro che arrestarono Botticelli e Mariena Sica. Il suo racconto è stato toccante. “Andammo a visionare il luogo del delitto, un garage con le pareti altissime senza nessun appiglio per impiccarsi. Tutte e tre erano studentesse modello all’ultimo anno delle superiori. Raccogliemmo tutti gli elementi probatori, ma nonostante fossero giovanissime le due non fecero trapelare nulla. Scoprimmo dopo che avevano più volte tentato di ucciderla, con un topocida e scrissero una lettera di suicidio. Quando ci eravamo quasi arresi il mio compagno portò fuori Botticelli e io rimasi in auto con Mariena e mi giocai la mia carta, come a poker dicendole che non avevo creduto a nessuna delle cose che ci avevano dettagliato. Si girò come un automa, con degli occhi di ghiaccio , e mi raccontò come avevano ucciso Nadia Roccia. Questa storia mi ha segnato professionalmente e umanamente, non era la prima confessione. Ma è facile quando lo fa un criminale, è più difficile quando lo fa la persona della porta accanto”.

“Quel caso specifico – ha ricordato Roberto Parisi, cronista dell’epoca – aprì una novità nella cronaca nera nazionale. Sarebbe interessante capire oggi come sarebbe affrontato il caso di Nadia Roccia. È cambiato tutto, è cambiato il rapporto tra inquirenti e stampa. La cronaca nera ci attira perché parla di noi, non è solo spettacolo, è specchio, mito collettivo”.

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Tags: Nadia RocciaRita Montroneuno bianca
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