Nomi noti della burocrazia comunale foggiana sono stati travolti dalla sentenza della Corte dei Conti – Sezione giurisdizionale per la Puglia – che ha condannato alcuni ex dipendenti del Comune di Foggia per danno erariale derivante da gravi condotte di assenteismo accertate tra febbraio e aprile 2015. Nulla di fatto dal punto di vista penale, a gennaio 2024 intervenne la prescrizione.
La sentenza, depositata a marzo 2025, rappresenta il punto di arrivo di una lunga indagine partita nel 2016 su input dei carabinieri del comando provinciale, che acquisirono video e testimonianze svelando un diffuso sistema di timbrature truccate.
Le accuse: timbri truccati e assenze ingiustificate
Secondo quanto emerso dal procedimento, molti dei condannati – al lavoro presso la sede del Servizio Integrato Attività Economiche in via Sant’Alfonso Maria De Liguori – attestavano falsamente la loro presenza in ufficio avvalendosi anche della complicità di colleghi o persone esterne che timbravano i cartellini al posto loro. In alcuni casi, i dipendenti si allontanavano dagli uffici per fare la spesa o svolgere attività personali, talvolta utilizzando tessere sanitarie per simulare le timbrature.
Le prove si basarono su riprese video e annotazioni di servizio. Tra i casi che sembrarono essere più rilevanti, quello di Raffaele Palumbo, accusato di oltre 140 ore di assenza non giustificata, beneficiando di 92 timbrature fatte da altri, e quello di Alessandra Grosso, 26 timbrature per colleghi e 101 ore di assenza.
Le condanne
La Corte ha condannato gli ex dipendenti al risarcimento delle somme corrispondenti alle ore non lavorate, oltre interessi e rivalutazioni. I risarcimenti vanno da alcune centinaia fino a oltre quattromila euro. Solo per alcuni convenuti che hanno già risarcito spontaneamente il danno è stata dichiarata la cessazione della materia del contendere.
Tra i nomi coinvolti figurano Antonio Virgilio, Aldo Ciavarella, Filippo Di Franco, Luigia Rita Nigri, Matteo Palmieri, Nicola Orlando, Giancarlo Mitoli, Giovanni Signoriello e altri. Alcuni di loro erano stati anche sottoposti a misure cautelari nel 2016, tra arresti domiciliari e interdizioni dai pubblici uffici.
L’indagine, va ricordato, prese avvio grazie alla segnalazione di un consigliere comunale e al monitoraggio silenzioso, ma meticoloso, dei carabinieri che installarono telecamere negli uffici, scoprendo decine di episodi di assenteismo e collusione interna. Un sistema che, secondo la Corte, fu reso possibile anche da una gestione lassista dei controlli interni.











