Il confronto tra cittadini e istituzioni deve essere fondato sul rispetto reciproco, non sull’insulto. È con queste parole che la consigliera regionale Rosa Barone, esponente del Movimento 5 Stelle, ha voluto esprimere pubblicamente la propria solidarietà alla sindaca di Foggia Maria Aida Episcopo, bersaglio di ripetuti attacchi via social, alcuni dei quali anche a sfondo sessista e sul piano personale.
“Chi ricopre ruoli pubblici lo fa per la collettività”
Barone, foggiana ed ex assessora regionale al Welfare, ha pubblicato un post nel quale denuncia il clima d’odio che si sta alimentando attorno alla figura istituzionale della sindaca Episcopo: “Chi ricopre un ruolo pubblico lo fa per la collettività – scrive – spesso affrontando sacrifici personali che incidono sulla salute e sulla vita familiare”.
Parole che rimarcano la difficoltà di amministrare in un contesto sempre più teso, in cui le piattaforme social diventano spesso luoghi di aggressione verbale più che di dialogo.
Diffamazione aggravata anche sui social
La consigliera del M5S ricorda che gli insulti online non sono semplici maleducazioni, ma spesso veri e propri reati perseguibili penalmente. “L’articolo 595 del Codice Penale – scrive Barone – punisce la diffamazione aggravata anche sui social, con pene fino a tre anni di reclusione. I social sono considerati mezzi di pubblicità, quindi le offese online vengono trattate con maggiore severità”.
La stessa Cassazione ha chiarito che non è necessario citare esplicitamente il nome di una persona per commettere un atto diffamatorio: se il contesto rende chiara l’identità del bersaglio, si può configurare comunque il reato.
Un appello al rispetto nel dibattito pubblico
Il messaggio di Rosa Barone arriva in un momento in cui la prima cittadina di Foggia è oggetto di una campagna denigratoria che va oltre la critica politica. Un fenomeno che la stessa sindaca ha più volte denunciato, chiedendo un cambio di passo nel tono del confronto pubblico.
“Criticare è un diritto. Offendere no”, conclude Barone, lanciando un appello affinché il dibattito – soprattutto quello digitale – torni a essere luogo di confronto e non di aggressione. Un messaggio che chiama in causa non solo il senso civico, ma anche la consapevolezza legale delle proprie parole.









