La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato da Giuseppe Ricco, originario di Margherita di Savoia, confermando la condanna a 14 anni e 8 mesi di reclusione inflitta dalla Corte d’Appello di Bari per una serie di gravi reati, tra cui tre episodi di tentato omicidio, detenzione e porto illegale di armi e ricettazione. La sentenza chiude definitivamente un procedimento che ha evidenziato legami con faide mafiose e vendette personali nella provincia di Foggia.
I fatti contestati
Secondo quanto ricostruito nei tre gradi di giudizio, gli episodi risalgono al gennaio 2019, in un periodo segnato da scontri tra clan mafiosi nella zona. Le indagini hanno ricostruito che Ricco e i suoi complici avevano pianificato azioni omicide nei confronti di membri di una famiglia rivale, in un contesto di vendetta per l’omicidio del cassiere della “Società Foggiana”, Rodolfo Bruno, uomo del clan Moretti, ucciso il 15 novembre 2018.
La Corte ha stabilito che Ricco era coinvolto in almeno tre tentati omicidi, avvenuti il 16, 23 e 26 gennaio 2019, portando armi da fuoco per colpire i bersagli designati: i fratelli Gioacchino e Antonello Frascolla o in alternativa l’amico Mario Clemente, ritenuti al vertice di una cosca criminale nata da una costola del clan Sinesi-Francavilla. Cruciali le intercettazioni ambientali e telefoniche che hanno rivelato i dettagli delle azioni pianificate, compresi sopralluoghi e discussioni sull’organizzazione degli attacchi.
Per queste vicende, tratte da un filone dell’operazione “Chorus”, ci sono già state altre tre condanne: 14 anni e 10 mesi di reclusione a Gianfranco Bruno detto “Il primitivo”, uno degli elementi di punta dei “morettiani” e 10 anni e 8 mesi ad Antonio Bruno (figlio di Rodolfo) e Carmine Antonio Piscitelli. Per i giudici, Bruno fu il mandante mentre gli altri tre esecutori materiali.
La sentenza
Il ricorso presentato dalla difesa contestava diversi aspetti delle precedenti sentenze, tra cui l’attribuzione del dolo omicida, la qualificazione del comportamento come tentato omicidio e la determinazione della pena. Tuttavia, la Cassazione ha rigettato tutte le argomentazioni, ritenendo infondate le critiche mosse alla sentenza d’appello.
Nella motivazione, la Corte ha sottolineato come i movimenti degli imputati e le conversazioni intercettate confermassero la preparazione di azioni violente. È stato inoltre escluso che Ricco avesse agito per desistenza volontaria, in quanto le interruzioni delle azioni omicide erano dovute a circostanze esterne, come la presenza di sistemi di videosorveglianza.
La Cassazione ha anche confermato la correttezza del calcolo della pena, evidenziando che la Corte d’Appello aveva seguito criteri congrui nella determinazione della pena base e nei successivi aumenti per i reati satellite.
Il contesto criminale
Il caso si inserisce in un quadro più ampio di scontri tra clan mafiosi nel foggiano, un territorio che negli ultimi anni ha visto un aumento delle attività criminali legate alle faide tra gruppi rivali. Gli episodi contestati a Ricco rappresentano solo una parte di un’escalation di violenza che ha coinvolto numerose famiglie legate alla criminalità organizzata.
La conferma della condanna segna un ulteriore passo nella lotta alla mafia nella provincia di Foggia, ma evidenzia anche le difficoltà nel contrastare un fenomeno così radicato. La sentenza sottolinea, infine, la centralità delle intercettazioni e della collaborazione tra le forze dell’ordine nel ricostruire i legami tra episodi di violenza e contesti mafiosi.









