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Home - Mafia foggiana, volevano vendicare l’omicidio del cassiere della “Società”: condannati in 4

Mafia foggiana, volevano vendicare l’omicidio del cassiere della “Società”: condannati in 4

Di Francesco Pesante
2 Giugno 2023
in Cronaca
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Stangata al clan Moretti-Pellegrino-Lanza. 14 anni e 10 mesi di reclusione a Gianfranco Bruno e al margheritano Giuseppe Ricco, 10 anni e 8 mesi ad Antonio Bruno e Carmine Antonio Piscitelli. Questa la decisione finale della Corte di Cassazione per uno dei filoni del processo “Chorus” nei confronti della mafia foggiana. I quattro vennero arrestati nel 2019 durante uno dei blitz più importanti degli ultimi anni contro i clan della città.

Stando all’impianto accusatorio, i condannati volevano vendicare la morte di Rodolfo Bruno, cassiere della “Società Foggiana”, ammazzato il 15 novembre 2018 nel bar di un’area di servizio situato sulla tangenziale. Per questo avrebbero tentato di uccidere i fratelli Gioacchino e Antonello Frascolla o in alternativa l’amico Mario Clemente.

Gianfranco Bruno detto “il primitivo”, cognato di Rodolfo, fu il mandante mentre gli altri tre fra cui Antonio Bruno, figlio di Rodolfo, avevano il compito di uccidere i rivali, tutti ritenuti vicini ai Sinesi-Francavilla.

Nel processo vennero contestati i duplici agguati nei confronti di Gioacchino Frascolla e Mario Clemente del 16 e del 23 gennaio 2019 e poi il duplice tentato omicidio sempre a carico di Gioacchino Frascolla ma anche del fratello Antonello del 26 gennaio. Nessuno dei progetti omicidiari venne portato a termine. Durante il procedimento penale è caduta l’aggravante mafiosa mentre hanno retto le accuse di tentato omicidio e porto illegale di armi.

Le intercettazioni

L’uccisione di Gioacchino Frascolla, la mattina del 23 gennaio scorso, doveva avvenire al quartiere Cep. “Dalle intercettazioni ambientali e dalla riprese video emerge – riportarono le carte dell’inchiesta – che il gruppo armato già partito per l’esecuzione dell’omicidio venne bloccato alle ore 12.49 da un contrordine a causa dell’irreperibilità della vittima. A parlare nell’auto, il margheritano Giuseppe Ricco che sarebbe stato incaricato di avvicinare la vittima senza insospettirla per poterla uccidere, e il foggiano Antonio Bruno”.

Bruno: Ora facciamo il fatto dell’altra volta che io mi avvio avanti con la macchina e tu vieni dietro a me. Andiamo a parcheggiare lì dove l’hai parcheggiata l’altra volta e ci andiamo a mettere sotto casa di quello. Se facciamo a quello io poi esco da là, ti lascio la macchina e te ne vai. Se invece dobbiamo andare dall’altra parte che facciamo a quello, te ne vieni con me direttamente lì dove a vado a incendiare la macchina e poi ti accompagniamo con la macchina onesta (cioè non rubata, ndr).

Ma gli obiettivi designati non si trovarono e l’agguato saltò.

Bruno: Si sono ritirati.

Ricco: Ora mi sono infastidito, e che facciamo qua avanti e indietro, dai ora mi sono rotto le scatole.

Poco dopo la microspia piazzata dalla Guardia di Finanza registrò un ulteriore colloquio.

Ricco: Ma ora chi tiene tutte le cose in mano? A chi l’hanno passato, a nessuno?

Bruno: A Ninuccio (Savino Ariostini, estraneo all’inchiesta, ndr). Lui sta fuori, sicuramente Rocchino (riferito a Rocco Moretti capo storico della mafia foggiana) gliel’ha passato in mano tutte le cose. Di papà (riferito a Rodolfo Bruno) erano gelosi, compà. Non perdere tempo quei pochi di buono me l’hanno ucciso.

Ricco: Voglio sapere una cosa, tuo padre è morto no? Stava in mezzo alla strada? Ma i compagni dove stanno?

Bruno: I compagni? Per un mese i compagni sono stati fuori, ancora non li arrestavano (con riferimento al blitz “Decima azione” ndr) non hanno fatto niente.

Ricco: Va bene ma fuori ora stanno… (il presunto reggente del clan di cui si è parlato poco prima). Sta qualcun altro, embé che fanno?

Bruno: Niente, pensano solo ai soldi, hai capito o no? Se invece era il contrario che ci facevano i compagni e lui stava fuori papà, succedeva il casino, hai capito o no? Quella è la differenza tra noi e loro.

Ricco: Si va bene, ma zio Gianfranco (riferito a Bruno presunto mandante degli agguati falliti) non parla?

Bruno: Gianfranco non parla, e che deve parlare, che gli deve dire. Gliel’ha detto: fino ad ora siete stati fuori e non avete fatto niente.

Ricco: E ora che hanno detto?

Bruno: Niente, che hanno detto… Faccio arrivare venti persone di là, cinquanta di là.

Ricco: E dove stanno?

Bruno: E non ci stanno, non vengono mai queste persone. Che ne so cosa è successo, cosa hanno combinato, adesso stanno pensando solo ai soldi. Se non li togliamo noi i guai nostri non ce li toglie nessuno.

Ricco: E non è giusto, hai capito? Non è giusto perché adesso come stanno le cose la prima botta la deve menare proprio (riferito al presunto reggente attuale del clan). È così, perché tu stai in mezzo alla tarantella e ti uccidono un amico, tu che fai?

Bruno: L’amico che ti ha sempre portato il piatto a casa tua, non ti ha mai abbandonato, hai capito?

Ricco: E adesso se lo mangiano pure a lui (uccidono cioè il reggente).

Bruno: No, sono del parere di no perché chi gli dava fastidio era papà, hai capito? Gli dava fastidio…

(In alto, Gianfranco e Rodolfo Bruno; a sinistra, gli imputati fotografati dagli investigatori durante le indagini; sullo sfondo, il bar scenario dell’omicidio del cassiere)

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Tags: Mafia foggianaRodolfo Bruno
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