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Home - Da Lucera alla Napa Valley (e ritorno), la storia del successo di Alberto Longo

Da Lucera alla Napa Valley (e ritorno), la storia del successo di Alberto Longo

Intervista esclusiva all'imprenditore che ha rivoluzionato il mondo del vino in Puglia (e che ora investe nel turismo)

Di Gianni Flamini
26 Ottobre 2024
in Economia, LA DAUNIA CHE VA
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«Ho fatto tre lavori nella mia vita, ora mi sento a tutti gli effetti un operatore turistico», dice Alberto Longo, foggiano di Pietramontecorvino, 66 anni, che nella sua esistenza ha sempre avuto a che fare con il mondo d’impresa: è stato consulente ai più alti livelli con Kpmg, quindi viticoltore la passione degli ultimi vent’anni.  E’ stato valutatore per conto delle più importanti società di analisi del mondo (gli inizi in arthur andersen, quindi socio di kpmg con ufficio di riferimento per il centro-sud a Bari), poi saltando dall’altra parte della barricata diventando egli stesso imprenditore con base in provincia di Foggia. La sua casa vinicola, l’omonima “Alberto longo”, produce tra i migliori rossi in circolazione come il celebre “Le Cruste”, così come definito da Global wine una delle più note catene di distribuzione del pianeta. «consulente d’azienda, vitivinicoltore e operatore turistico, la mia nuova scommessa che mi ha già dato ampie soddisfazioni», si schermisce. Nella sua masseria Celentano, un’oasi immersa nella campagna fra San Severo e Lucera (si arriva dalla provinciale 20) sono appena arrivati due turisti sudafricani. Cosa mai si potrà fare in pieno autunno in provincia di Foggia per arrivare da così lontano? «Tanto relax, un bagno in piscina se il meteo lo permette, passeggiate e escursioni nei nostri borghi dei Monti Dauni. Non sono i primi turisti che vengono da noi sostanzialmente per non fare niente, sa? Restiamo aperti tutto l’anno proprio perchè abbiamo innalzato di anno in anno il nostro cash flow puntando sulla qualità e il benessere dei nostri ospiti. E’ la testimonianza che in provincia di Foggia si può fare turismo di qualità tutto l’anno, basta volerlo».

Alberto Longo, ai primi del duemila lanciava la sua sfida: far crescere il territorio che le ha dato i natali, dopo aver girato tanto nel mondo. Qual è il suo bilancio personale e ritiene che da allora le cose siano cambiate anche per l’impresa foggiana? 

«Luci e ombre, come spesso accade. Mi ritengo realizzato perchè ho fatto nella vita quello che mi ponevo di fare. Il vino, ad esempio. La prima vendemmia risale all’annata 2004. L’obiettivo primario era far rinascere la doc storica di questo territorio dei monti dauni, il “cacc’e mitte” di Lucera, seconda doc in ordine cronologico dopo la doc di San Severo che nasce nel 1975. La Doc “cacc’e mitte” (togli e metti nella terminologia dialettale lucerina utilizzata dai vignaioli nelle operazioni di sboccatura manuale del vino nuovo: ndr) ha avuto una storia importante fino agli anni ’90. Poi però negli ultimi 6-7 anni dalla sua riscoperta era un po’ scomparsa dal mercato nazionale onestante cominciassero ad affiorare richieste di mercato: tantissimi i foggiani residenti al Nord avrebbero voluto bere il “Cacc’e e Mitte”. All’estero avremmo avuto lo stesso seguito, ma ho dei dubbi che la Doc sia mai stata distribuita da altri produttori».

“Il progetto della cantina nasce in California, dopo un viaggio itinerante. Tachis il mio grande consulente”

La cantina “Alberto Longo” nasce dunque da un’esperienza di condivisione abortita tra i produttori?

«Il progetto della nasce in California, dopo un viaggio itinerante finimmo con il mio gruppo di amici a San Francisco e da lì facemmo le conoscenze con la Napa Valley, ovvero la cosiddetta “contea del vino”, a due ore di macchina dalla metropoli americana. Un’area della produzione vitivinicola nata dal nulla, visitata ogni anno da migliaia di pullman, tutti appassionati di esoterismo e che frequentano regolarmente le cantine. E’ nato così in quell’area un enoturismo allo  stato puro che noi, cultori di una tradizione millenaria, non siamo stati in grado di realizzare. E’ questa la valutazione che facemmo in quella occasione. Decisi perciò di cambiare, almeno nel mio piccolo, il corso degli eventi: vengo dalla terra, grazie a mio padre che mi ha insegnato a 10-11 anni la coltivazione della vite. Perchè non avrei potuto fare anch’io come gli americani? Tornato in Italia ho cominciato dunque a sfruttare la mia esperienza di consulente partendo da un business plan per l’organizzazione di una produzione vitivinicola. In parallelo approfondii su due testi specializzati sui segreti della vitivinicoltura di qualità, i segreti per non sbagliare. Ebbi poi la fortuna di conoscere il più grande enologo in circolazione a quel tempo, Giacomo Tachis, il padre del Sassicaia e dell’Ornellaia (due tra le più celebri etichette del vino di qualità: ndr), il quale si mise gratuitamente a mia disposizione: mi recavo regolarmente presso la sua abitazione di San Casciano di Val di Pesa, fu il mio grande e impareggiabile consulente, mi spiegò come impostare i vigneti, come far nascere una cantina».

Come nasce la collaborazione con Tachis, come vi siete conosciuti?

«Nasce una sera a Biella, a casa di amici. Quella discussione ebbe un seguito qualche tempo dopo quando decisi di organizzare in Kpmg a Milano un gruppo di lavoro. A quel pranzo partecipo’ Giacomo Tachis e c’era anche Antonio Quaranta il contadino che mi seguì in questa prima fase di sperimentazione nonchè l’ex enologo della cantina di Torremaggiore. Il giorno dopo saremmo poi andati in Friuli a comprare le prime barbatelle. Tachis mi illuminò durante quel pranzo durato 2 ore e mezza, naturalmente andavo io a San Casciano ogni mese ad apprendere i segreti del mestiere nel suo studio. Una persona di una cultura immensa, non soltanto enologica. Lo invitai a essere il mio enologo, ma lui declinò: aveva già 72 anni e la cantina di cui si sarebbe dovuto occupare non era proprio dietro l’angolo di casa sua. Mi presentò però la sua migliore allieva, Graziana Grassini, all’epoca un’emerita sconosciuta, da otto anni anni l’enologa del Sassicaia oggi nota come “Lady Sassicaia”».

E’ stata dunque lei l’ispiratrice della sua impresa vitivinicola?

«No, è sempre Tachis. Grassini arrivò a cose fatte: avevamo già realizzato i vigneti e la cantina su indicazioni di Tachis. Poi nel seguito c’è stata lei».

Ma Le Cruste come nasce?

«All’epoca, parliamo dei primi anni del duemila, l’unico Nero di Troia affinato in purezza era il “Puer Apulie” della cantina Rivera. Se non ricordo male, qualche anno prima, anche Alfonso Del Sordo (viticultore di San Severo: ndr) aveva un progetto di questo tipo sui tre vini. Quello che mancava in questo territorio era però un vino “importante” dal Nero di Troia che trasmettesse un certo valore al territorio attraverso proprio la bottiglia. Ma l’unica bottiglia importante di questo vitigno veniva fatta ad Andria, corremmo perciò ai ripari. Il Nero di Troia è il vitigno principe nell’uvaggio del “Cacc’e Mitte”, quest’ultima una denominazione costituita almeno nella nostra composizione in gran parte di Nero di Troia con all’incirca il 55%, 30% di Montepulciano, 15% di Bombino bianco. Il Sangiovese lo trovi dappertutto e decidemmo di escluderlo, volevamo in questo modo caratterizzare meglio il territorio.  Non volevamo cioè che il Nero di Troia fosse solo una componente del “Cacc’e mitte”, anche perchè questo non viene affinato in legno. Ecco pertanto la decisione di farlo affinare in legno e di attribuirgli uno spessore nettamente superiore».

Un vitigno ribelle il Nero di Troia, se un impressionista potesse rappresentarlo lo si potrebbe affiancare all’indole del popolo foggiano?

«E’ una bestia non facile da domare, non essendo costante nella sua qualità come può esserlo il Montepulciano, il Cabernet, il Sirah e altri vitigni molto più docili. Ecco perchè secondo me in passato non è stato possibile realizzare bottiglie dall’uvaggio al 100% perchè ci sono annate in cui il Nero di Troia non consente di uscire in produzione».

“Il Nero di Troia è una bestia non facile da domare”

I viticoltori della sesta provincia Bat però sono stati i primi ad addomesticare il Nero di Troia. Ed a farne vini di buona qualità, secondo lei come ci sono riusciti?

«Su questo non saprei rispondere. Forse hanno dei cloni diversi dai nostri. Avevo un vitigno di Sirah, ora quasi del tutto estirpato: per ogni ettaro, sui 3 complessivamente di mia proprietà, c’era un clone diverso. C’è anche un fattore climatico di cui tener conto, da noi fa molto più fresco in campagna. Inoltre la buccia del Nero di Troia: ho notato che nella sesta provincia è un po’ più spessa, da noi molto più sottile. Per questo secondo me a volte, in alcuni anni caratterizzati da eccessiva pioggia, l’acino tende a rompersi dopo essersi gonfiato a causa di una buccia sottile che crea problemi anche al grappolo in termini di Malattie. Per questo il Nero di Troia in Capitanata si conferma un vitigno difficile».

Ma oggi il Nero di Troia è un vitigno di larga applicazione e consumo, non si direbbe di tutte queste difficoltà.

«Accade dopo la nascita de “Le Cruste” e non vorrei prendermi dei meriti forse non miei. Però devo ammettere che molti produttori hanno seguito il nostro esempio. Siamo stati i primi ad uscire anche con il sirah in purezza, dopo qualche anno un’altra cantina locale ha imbottigliato su quel vitigno. Siamo stati inoltre i primi a piantare in provincia di Foggia la Falanghina ed a “sbiancare” il Rosato. Il nostro bianco “Le Fossette” è il primo ad essere stato prodotto in purezza. Quanto al “Donna Adele” è venuto fuori un rosato scarico di colore che il “Gambero Rosso” nemmeno ci considerò perchè a quel tempo non rappresentava la tipicità della Puglia. Oggi sfido chiunque a verificare il colore dei rosati in circolazione, sono tutti molto più simili al nostro».

L’operazione Nero di Troia rappresenta un momento di riappropriazione da parte del territorio di uno dei suoi simboli distintivi. La Doc nasce a Castel del Monte, ma sono diversi i produttori locali ad aver investito tempo e capitali su un vitigno così identitario. Lo stesso non è accaduto per il consorzio del “Cacc’e mitt” che si è sciolto negli anni ’90. Perchè queste differenze?

«Perchè sul consorzio avrebbe dovuto funzionare la governance, più facile per il vitivinicoltore singolo controllarsi da sé. Già in sede di prima riunione del consorzio, quando si parlò di fissare il budget per fare promozione del marchio, fu proposto di stabilire una quota di mille euro a cantina. Eravamo in sei, con una disponibilità economica così striminzita non saremmo andati oltre il teatro Petruzzelli, a voler essere generosi. Siamo tuttavia riusciti a fare due grandi manifestazioni nell’ambito del festival del “Cacc’e mitt”, grazie ad alcuni sponsor, in gran parte miei contatti personali, che ci permisero tuttavia di metter su qualcosa come 35-40mila euro per ciascuna delle due edizioni del festival. Ma mi sembrò chiaro, in base a quelle condizioni di partenza, che il consorzio non sarebbe potuto andare avanti a lungo e infatti lo sciogliemmo. Fu un grande peccato, la mia idea era quella portare il “cacc’e mitte” all’estero, negli Stati Uniti e in qualsiasi altra parte del mondo. Un grande rammarico ancor oggi». 

Sono emersi in quell’occasione i caratteri di un’imprenditoria miope, per fortuna non è una situazione generalizzata non a caso queste nostre interviste puntano a mettere in risalto i case-history di chi si differenzia dal contesto. Lei come la vede?

«In quell’occasione emersero i tratti di un’imprenditoria poco associativa, molto diffidente, senza fiducia nei confronti degli altri colleghi. Sono nato e cresciuto condividendo la propria attività in una cultura di stampo anglosassone, dove la gelosia è un termine sconosciuto, va avanti piuttosto la condivisione dei progetti. Al di là dell’entusiasmo iniziale per la nascita del concorzio, mi sono dovuto ricredere. Accadono ancor oggi cose strane: Lucera se un ristorante nella lista dei vini ha l’etichetta Alberto Longo, non ne possiede altre del territorio e mi sembra abbastanza ridicolo tutto ciò. Nel Trentino alto Adige nei menu in prima pagina sono elencate tutte le cantine del territorio a chilometro zero».

“Abbiamo un’imprenditoria poco associativa, molto diffidente, senza fiducia nei confronti degli altri colleghi”

Scattano veti istintivi o vengono imposti?

«Nessun veto, il ristoratore in questo modo ritiene di dover manifestare la sua amicizia verso una determinata etichetta e non prendendo in considerazione tutte le altre. Se ne vantano pure di tutto ciò, ma le cantine del territorio che sono in tutte cinque devono essere presenti in tutti i ristoranti del luogo. Tutti gli imprenditori che conosco a livello locale sono tutti grandi imprenditori, ma ognuno nella propria individualità».

Lei è barese d’azione, foggiano trapiantato a Lucera. E’ stato anche valutatore di bilanci aziendali, socio con il suo ufficio di Bari della società Kpmg tra le prime quattro al mondo. Una fonte dunque autorevole per rilevarci qual è, a suo giudizio, lo stato di salute dell’economia in Capitanata.

«Onestamente conosco più la realtà barese. Sto notando però grande fermento in Capitanata sul settore turistico, non solo sul Gargano: anche i Monti dauni si stanno organizzando per attrarre visitatori. Il turismo secondo me può essere il settore trainante del futuro di questa terra. Lo dico perchè, almeno dalle voci che sento, il Salento è ormai saturo. Noto una certa curiosità verso la Daunia, ieri avevamo tra i nostri ospiti persone da New York. Sono arrivati anche dalla Nuova Zelanda, cosa mai vista. Un altro settore che a mio avviso continuerà ad essere trainante sarà l’agricoltura, cambiamenti climatici permettendo che stanno determinando e purtroppo determineranno nei prossimi anni cambiamenti epocali e io sto riflettendo su questo. Il cambiamento climatico determinerà un aumento dei prezzi, le produzioni saranno sempre più scarse e ci sarà la corsa a produrre specie di ortaggi e verdure richiestissime sui mercati europei. Vedo invece in netto declino il settore cerealicolo, ma era anche ora che quest’area si svegliasse dal torpore dopo aver vissuto sonni profondi con il latifondo esteso, lo scarso impiego di manodopera. Le produzioni intensive saranno il settore trainante dell’agricoltura. Nei prossimi 20-30 anni cominceremo a produrre anche piante tropicali, mi viene voglia di piantar banane».

“C’è una certa curiosità verso la Daunia. Sono arrivati turisti dalla Nuova Zelanda, cosa mai vista”

Agricoltura sì, acqua permettendo. Quest’anno l’esercizio irriguo è stato bloccato ad agosto in provincia di Foggia, è andata in sofferenza quasi tutti gli ettari coltivati a pomodoro parliamo di quasi 20 ettari.

«Bisognerà interrogarsi molto su questo aspetto, è necessario per il futuro di questo territorio dotarsi di maggiori fonti idriche. Bisogna metter mano ai finanziamenti, non limitarsi a denunciare il problema della crisi idrica. Con i cambiamenti climatici in atto potremo avere sempre meno acqua per l’agricoltura e allora che si fa?». 

L’immagine di un territorio dipende anche da come si presenta. La produzione vinicola foggiana, quella che va per la maggiore, sembra però avere un po’ la puzza sotto il naso agli occhi del consumatore medio. Perchè non c’è un “Alberto longo” sugli scaffali di un supermercato, dove invece troviamo altre etichette che un tempo ambivano a stare soltanto nei circuiti delle enoteche?

«Noi abbiamo fatto una scelta strategica, siamo una cantina di nicchia, intorno alle 120mila bottiglie annue di cui 10-15mila per tipologia e non potremmo mai soddisfare una domanda più estesa. Il “Cacc’e mitte” l’ho però trovato nel supermercato  di una catena che ha fatto questa scelta. Generalmente poi va detto che il ristoratore non tende a comprare la bottiglia dallo scaffale per evitare che il cliente faccia facili comparazioni sul prezzo. Per quanto ci riguarda noi abbiamo sempre rifiutato la grande distribuzione che pure ci ha chiesto i nostri prodotti proprio nel rispetto dei ristoratori. Vendiamo le nostre 120mila bottiglie a un prezzo medio-alto. E’ una scelta che ha pagato, al pari di altre aziende che fanno più o meno i nostri stessi profitti avendo moltiplicato la loro produzione e fissato però prezzi infinitamente più bassi rispetto ai nostri. Siamo in ristoranti di medio-alto livello e se cresciamo del 5-10% questo ci fa piacere. Ma siamo soddisfatti già così».

Esportando il concetto della qualità di nicchia su tutti gli altri segmenti dell’economia foggiana che funzionano, – e dunque su agroalimentare, turismo e anche alcuni esempi illuminanti dell’industria metalmeccanica – secondo lei potrebbe venir fuori un “modello Foggia” oggi totalmente sbiadito dalla quantità dei grandi numeri: il record di presenze sul Gargano, i primati produttivi agricoli fanno solo audience non crede?

«Basterebbe vedere cosa è accaduto nella zona del sud-est barese: Martina Franca, Locorotondo, Alberobello, Polignano, Ostuni. A mio avviso questa terra avrà futuro se sempre più imprenditori sposeranno  il concetto della qualità e faranno sistema. Oggi fare sistema e formazione significa inculcare nella testa delle persone che per migliorare bisogna alzare i parametri. Non dico che dobbiamo fare tutti Borgo Egnazia, ma aver maggior cura del nostro territorio. Qui in provincia di Foggia abbiamo questo problema, noi foggiani contrariamente ai baresi e agli abitanti della Valle d’Itria non abbiamo rispetto delle cose pubbliche. Coltiviamo il nostro orticello e poi troviamo immondizia sulle strade, tutte le strade d’ingresso alle nostre città si presentano in maniera indecorosa. Noi siamo già partiti in ritardo, se ci fosse più attenzione da parte delle nostre istituzioni alla cura del territorio, i giovani potrebbero avere più chances per investire sull’agricoltura di qualità e sul turismo. I nostri turisti vengono qui da tutto il mondo perchè? Diamo loro un servizio di livello a prezzi superiori al mercato, nonostante le strade impresentabili (la provinciale 20 che conduce alla Masseria Celentano è ridotta a una mulattiera: ndr) e l’incuria che troviamo intorno».

Ma i turisti vengono da lei perchè sono interessati al territorio o si limitano a trascorrere le loro giornate in masseria?

«Chi viene per due giorni resta in piscina, legge un libro, non vuole fare altro. Chi viene per una settimana vuole fare escursioni: li mando a Pietramontecorvino, Lucera, Peschici. Proponiamo loro un pacchetto turistico visibile anche sul sito. E poi stiamo facendo partire “Boot and breakfast” nel porto di Trani: una barca a vela come un albergo e la mattina dopo colazione si salpa per fare un giro nei dintorni. Stiamo completando questo progetto con un’agenzia specializzata per l’accoglienza di medio-alto livello. Vorrei puntare su guide turistiche specializzate sul territorio, cerco da tre anni una persona qualificata che si occupi della masseria, ma non riesco a trovarla. Questa è una provincia che non crede in se stessa. Avrei bisogno di una persona che parli inglese e abbia una cultura di medio-alto livello che sappia gestire le dinamiche con i turisti all’interno della masseria».

Subappennino o Gargano? E’ nota la sua preferenza per la prima, ma i turisti che vengono da lei cosa scelgono?

«Abbiamo un territorio così bello che molti restano estasiati a vederlo in tutte le sue caratteristiche tutt’altro che comuni ad altri luoghi. I nostri Monti Dauni vengono spesso associati alla Toscana, ma con tratti di differenza molto diversi. Ci sono però difficoltà da superare: carenze da parte delle istituzioni, mancanza di associazionismo da parte delle imprese. C’è ancora molto da fare. Non c’è comunicazione: l’ospite che viene qui per restare una settimana vuole fare qualcosa di diverso. Mai nessuno ci ha chiesto di fare un giro in cantina, ad esempio».  

L’obiettivo di queste nostre interviste è creare un sistema di connessioni, allargare la rete delle collaborazioni nell’auspicio che nascano alleanze. 

«Il nostro cash flow è quadruplicato negli ultimi anni, sono convinto che quando ripartiremo con la programmazione invernale, perchè non chiudiamo mai, avremo acquisito uno standard che ci permette oggi di puntare su una clientela internazionale e di buon livello. Così si fa sistema, così si costruisce un’immagine. Chi ci vuole stare noi siamo pronti, chi opera al ribasso erogando un servizio commisurato non fa gli interessi della propria azienda e del territorio. Definire una strategia è importante: puntare sulla massa o sulla qualità. Noi crediamo di più sulla seconda perchè siamo convinti che si cresce soltanto così».

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Tags: Alberto LongoCacc'e mitteFoggiaLe Crustemasseria Celentanonero di troiaPugliavino
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