Tutti lo incastrano ma Giuseppe Francavilla lo “scagiona”. L’ultimo pentito in ordine di tempo della mafia foggiana ha riferito, in videocollegamento da una località protetta, che Giuseppe Albanese detto “Prnion”, 44enne del clan Moretti-Pellegrino-Lanza non prese parte al triplice tentato omicidio del boss Roberto Sinesi, della figlia Elisabetta e del nipotino di 4 anni. Un fatto di sangue risalente al 6 settembre 2016 al rione Candelaro di Foggia. Sinesi e il bambino rimasero feriti, la donna illesa.
A processo c’è Albanese, sospettato dalla Dda di Bari di aver fatto parte del commando. L’uomo è già in carcere al 41bis a Parma con una condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Rocco Dedda del 23 gennaio 2016. Inoltre, sta scontando oltre 11 anni per “Decima Azione”, maxi processo alla mafia foggiana e otto per “Araneo”, dal nome di una operazione antidroga di ottobre 2020.
Ad oggi ben quattro collaboratori di giustizia l’hanno indicato come membro del commando che provò ad ammazzare Sinesi. Lo hanno sostenuto Carlo Verderosa, ex “morettiano”, l’altamurano Pietro Nuzzi che l’avrebbe appreso in carcere, il brindisino Andrea Romano con cui si confidò Emiliano Francavilla durante un periodo di detenzione e il sammarchese Patrizio Villani, ex killer dei Sinesi. Quest’ultimo prese parte all’agguato del 29 ottobre 2016 organizzato proprio dai Sinesi per vendicare il tentato omicidio del boss. Villani ebbe l’incarico di uccidere Albanese nel bar H24 di via San Severo a Foggia, ma “Prnion” riuscì a salvarsi. In quella occasione venne ucciso il 21enne Roberto Tizzano e ferito il coetaneo Roberto Bruno. Villani fu poi condannato in via definitiva a 30 anni per questa vicenda. 20 a Francesco Sinesi, ritenuto il mandante.
Verderosa – si legge nell’ordinanza di arresto di Albanese – confermò la presenza di ‘Prnion’ in occasione dell’agguato nel bar H24 specificando che fosse lui il bersaglio dell’agguato ordinato da Francesco Sinesi, figlio del boss Roberto. Sempre Verderosa riferì diverse circostanze confidategli proprio da Albanese, come ad esempio la presenza di un ragazzino con il quale si era nascosto ed era riuscito a sfuggire all’agguato; il pentito spiegò che Sinesi “ce l’aveva a morte” con Albanese in quanto sapeva che “questi aveva partecipato all’agguato ai danni del padre – riportano le carte dell’ordinanza – e che per farlo lui e i suoi complici avevano utilizzato un’auto rossa (500 L) a bordo della quale vi erano, oltre Albanese, anche Perdonò Massimo, Scirpoli Francesco, Romito Mario“. Riferì, inoltre, che per l’attentato utilizzarono un kalashnikov e una pistola (circostanza riscontrata dagli accertamenti tecnici eseguiti sul luogo dopo i fatti, e riferiti al numero di armi utilizzate nel corso dell’agguato dai carnefici e dalla vittima).
Ora, però, a scompaginare l’impianto accusatorio ci ha pensato Pinuccio Francavilla detto “Pino Capellone” che durante il processo ha spiegato che a sparare fu un gruppo di manfredoniani composto da pezzi da Novanta della mafia garganica. Glielo avrebbe riferito, in carcere, Pietro La Torre detto “U’ Muntaner” o “U’ figlie du poliziot”.
“Girava voce che era stato Albanese ma La Torre mi riferì quello che gli disse il cognato Pasquale Ricucci. A sparare furono lo stesso Ricucci, Mario Luciano Romito e il foggiano Massimo Perdonò anche se Rocco Moretti mi escluse il coinvolgimento di quest’ultimo”. Stando al pentito, La Torre non parlò affatto di Albanese aggiungendo che Ricucci gli disse: “Sinesi non è morto perché c’era il bambino”.
Nel frattempo molte cose sono cambiate negli assetti della criminalità organizzata della provincia di Foggia: Pasquale Ricucci detto “Fic secc”, per anni al vertice del clan Lombardi-Ricucci-La Torre, oggi ribattezzato Lombardi-Scirpoli-Raduano, organizzazione alleata ai foggiani Moretti, è stato ucciso davanti alla propria abitazione di Macchia l’11 novembre 2019 mentre Romito fu una delle quattro vittime della strage di San Marco del 9 agosto 2017. A fine ottobre nuova udienza del processo ad Albanese.










