“Come i corleonesi degli anni 60”, gli ‘stragisti’ di Abbate e la mafia garganica sottovalutata. Focus al Libro Possibile

A Vieste la prima delle quattro serate letterarie. Si torna a parlare di criminalità sotto le stupende luminarie che incorniciano il faro dell’isolotto di Sant’Eufemia e la penisola di San Francesco

In piazza a Marina Piccola fino oltre la mezzanotte per il Libro Possibile a Vieste, la città turistica pugliese già colma di turisti stranieri e dai parcheggi super pieni.
Chiude la prima delle quattro serate letterarie Lirio Abbate con il suo “Stragisti” e si torna a parlare di mafia sotto le stupende luminarie che incorniciano il faro dell’isolotto di Sant’Eufemia e la penisola di San Francesco.
“La mafia uccide di meno, solo sul Gargano c’è ancora sangue. Sono gli stessi metodi che i corleonesi usavano negli anni sessanta, vengono dalla campagna con le scarpe sporche di fango. Si sottovaluta il fenomeno ma qui sul Gargano c’è eccome”, ha detto Abbate sul palco insieme al giudice Roberto Scarpinato.

Dopo il celebrato trentennale delle stragi, Lirio Abbate accende un faro su quegli anni, per cercare quei coni d’ombra e i misteri d’Italia e della Sicilia.
“Ricordare Falcone e Borsellino deve essere un atto che facciamo ogni giorno – ha detto in esordio Abbate -. A trent’anni era importante per me ricordare i favoreggiatori le persone che mancano nel puzzle giudiziario. È uno strumento per portare il lettore a ragionare. Ho lavorato su
spunti giudiziari correlati da altri documenti per fare il punto su quei personaggi che sono finiti in galera e per capire che percorso hanno fatto e a che cosa guardano per attualizzare una situazione. Alcuni di quei personaggi vogliono uscire dal carcere perché hanno scontato la loro pena e alcuni decidono quale candidato deve essere votato a sindaco di Palermo e a governatore della Regione. I politici a trent’anni dalle stragi non dicono no, ma strizzano gli occhi ai mafiosi. Quello che si registra oggi in Sicilia accadeva 40 anni fa”.

Secondo il giornalista e direttore de L’Espresso anche le prossime elezioni politiche del 25 settembre saranno inquinate da rapporti mafiosi. “Sarebbe bello dire che siamo stati capaci di fare giustizia, ma è una mezza verità. Non siamo riusciti a scoprire il mandante. Il lavoro investigativo sui Graviano non è mai stato concluso. Appartengono a quel circolo dei capi che sanno le ragioni delle stragi. Le indagini sulle stragi sono state sistematicamente depistate”, è la consapevolezza di Scarpinato. Dalla sottrazione dell’agenda rossa di Borsellino, che aveva capito che la strage di Capaci non erano solo mafia e aveva confidato alla moglie “Sarà la mafia ad uccidermi ma quando altri lo decideranno” al furto reso possibile di tutti i documenti di casa Riina che oggi potrebbero essere nelle mani del grande latitante Matteo Messina Denaro fino alla strana morte per impiccagione di Antonino Gioè. I depistaggi sono stati innumerevoli.

“Non siamo riusciti ad accertare la verità per i depistaggi, non è una novità. La storia italiana è una continuità di depistaggi degli apparati dello Stato. Il Deep State si è reso responsabile delle stragi nella strategia della tensione. I Graviano sanno che un nucleo ristrettissimo di capi discussero di un progetto che includeva la destra eversiva per la realizzazione di un piano stragista per destabilizzare il piano politico esistente e fare spazio alla creazione di un nuovo ordine politico”.

Quando i mafiosi parlavano di Falange Armata sì trattava di una sigla inventata dai servizi segreti. Gaspare Spatuzza che riempie di esplosivo la 126 in Via d’Amelio disse che c’era un uomo esterno a Cosa Nostra. Insomma i Graviano, protagonisti del libro “Stragisti” sono in grado di ricattare il sistema.
“Perché non hanno parlato prima? I segreti sono una prigione ma anche un capitale di scambio”, rimarca Scarpinato.
“È in dirittura d’arrivo una legge che modifica il regime speciale del 41 bis. Il Parlamento vuole abolire il doppio regime: possono uscire dal carcere sia quelli che collaborano sia quelli che non collaborano. Per uscire dal carcere non basta dimostrare che non si è più pericolosi ma che sono stati rieducati. Ciascuno ha diritto di rieducarsi a modo suo, se si ha la ripulsa morale nell’accusare altri la legge deve accettare tale ripulsa. Il legislatore sta certificando e giustificando l’omertà mafiosa”.

Scarpinato ha pronunciato parole forti a Vieste. “Se acconsentiamo a questi signori di uscire con questi segreti non meritiamo di ricordare Falcone e Borsellino con trentennali retorici”.
“I Graviano nonostante il 41bis hanno messo incinta le loro fidanzate 4 anni dopo le stragi. Volevano un figlio e lo hanno avuto nonostante il carcere. Hanno fatto il carcere ma vogliono uscire. Questi uomini potenti, stragisti, che hanno organizzato e agito le stragi tra cui padre Pino Puglisi di Brancaccio sono così potenti perché erano i figliocci di Riina e oggi sono lì in attesa che arrivi l’agente di polizia penitenziaria ad aprire il loro cancello” .

Oggi la mafia è improbabile come Matteo Messina Denaro, “uno stragista sanguinario fin dall’adolescenza”.
“Nel 1993 diventa invisibile, un miliardario, un mafioso che fa welfare mafioso. Non mette le bombe ma dobbiamo preoccuparci, perché quel personaggio immette denaro sporco in imprese che fanno concorrenza sleale”.
Sul palco il trentennale è stato definito una “falconeide rassicurante”. Come una rappresentazione dell’opera dei Pupi siciliana. Con buoni e cattivi. “La retorica di Stato vive di rimozione. È una narrazione che infantilizza l’opinione pubblica. Riina e i suoi erano una componente del sistema in cui c’erano il presidente del Consiglio, i capi della polizia, banchieri. Ci hanno fatto 30 anni di lavaggio di cervello. La mafia è una questione politica pienamente integrata nel sistema. Se non c’è sangue significa che non vi sono più punti di resistenza”.



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