Semaforo rosso mafia, gli impianti erano controllati dalla batteria Moretti con il benestare del Comune di Foggia

Nella lunga relazione di scioglimento, il prefetto Carmine Esposito ha dedicato ampio spazio al caso dell’azienda “Segnaletica Meridionale”, per anni gestore degli impianti semaforici della città

La costellazione del clan Moretti dietro gli impianti semaforici della città di Foggia. Anche questo raccontano le carte della relazione di scioglimento del Comune. Un intero capitolo è infatti dedicato all’importante appalto sul servizio di installazione e manutenzione ordinaria e straordinaria degli impianti semaforici e del sistema di segnaletica verticale ed orizzontale. Stando al lungo documento del prefetto Carmine Esposito, l’azienda “Segnaletica Meridionale” avrebbe svolto “ininterrottamente – si legge – i lavori e i servizi relativi ai semafori del Comune, in virtù di due contratti diversi e consecutivi, a partire dal 2009”. Inizialmente l’impresa aveva un’altra denominazione ma avrebbe sempre presentato “una sostanziale identità soggettiva, pur nella variazione delle cariche sociali al loro interno”. Alla scadenza del primo contratto, la giunta comunale “ha approvato – riporta ancora la relazione – il progetto dei lavori di installazione e manutenzione ordinaria e straordinaria degli impianti semaforici e del sistema automatico centralizzato di segnaletica verticale ed orizzontale, per una spesa complessiva di euro 2.520.721,40, autorizzando il Servizio Omissis ad avviare le procedure di gara”. La Giunta, sempre stando alla relazione prefettizia, avrebbe avviato una “procedura ristretta accelerata”, entrando anche nel merito della procedura stessa di gara, indicando tipologia, durata e criterio di aggiudicazione, nonostante fossero decisioni di competenza dell’organo gestione e non nei poteri di indirizzo dell’amministrazione comunale.

Del tutto assenti i controlli antimafia. L’impresa non ha mai chiesto l’iscrizione nell’elenco delle “White List”, “evidentemente perché il Comune di Foggia non l’ha mai pretesa”. Il prefetto evidenzia inoltre che “il ‘disordine’ amministrativo evidenziato si proietta in una vicenda contrattuale, che coinvolge un’impresa di famiglia, ‘adiacente’ alla criminalità organizzata di tipo mafioso, operante in Foggia e, in particolare, alla batteria Moretti-Pellegrino-Lanza“.

L’11 aprile 2017, l’ex prefetto di Foggia, Raffaele Grassi adottò un’interdittiva antimafia nei confronti di “Segnaletica Meridionale” per “concreti elementi da cui risulta che l’attività di impresa possa, anche in modo indiretto, agevolare le attività criminose e esserne in qualche modo condizionata”. Venne fuori che “il socio accomandatario (cioè con potere di amministrazione della società, ndr) era Veronica Colecchia, compagna convivente di Pasquale Moretti, elemento di spicco della batteria omonima, una delle tre che compongono la ‘Società Foggiana’, il cuore della ‘Quarta Mafia’. Pasquale Moretti è il figlio maschio primogenito del capo dell’omonima batteria, Rocco Moretti, attualmente detenuto (a L’Aquila, ndr) in regime di 41 bis, carcere duro”. La relazione ricorda anche che il vecchio capomafia, detto “Il porco” venne intercettato nel penitenziario di Palmi nell’ambito dell’operazione del 2007 “Cronos” mentre investiva il figlio del ruolo di comando con l’espressione: ‘Ora il bastone passa in mano a te!’. Lo spessore criminale di Moretti è stato confermato – ricorda ancora la relazione – nell’operazione antimafia ‘Decimabis'”. Ma non è tutto, “tra i dipendenti della società – è scritto nel documento -, nell’anno 2015-2016 risultava esserci Francesco Tizzano, cognato dell’amministratrice in quanto aveva sposato la sorella”. Su Tizzano si legge: “Noto esponente di rilievo della batteria mafiosa Moretti. La caratura criminale dell’uomo è confermata dalla recente sentenza di primo grado relativa all’operazione ‘Decima Azione’ con la quale il Tribunale di Bari ha condannato il pregiudicato alla pena di 18 anni di reclusione (la condanna più lunga tra quelle inflitte nel processo, ndr) per associazione di stampo mafioso, in quanto ritenuto responsabile di numerose estorsioni ai danni di imprenditori e commercianti foggiani”.

Non contento, il Comune di Foggia, nonostante l’interdittiva, avrebbe continuato ad agevolare la società: “In una determinazione – riporta la relazione – il dirigente conferma la risoluzione del contratto stipulato con l’impresa e dispone la prosecuzione del servizio, ritenuto ‘servizio pubblico essenziale’ a cura della stessa per tutto il periodo necessario al formale affidamento del servizio al secondo classificato nella procedura di gara che, come afferma lo stesso dirigente, aveva già dichiarato la propria disponibilità. Appare anzitutto singolare che, a distanza di due giorni, si susseguano due atti amministrativi a firma dello stesso dirigente, in cui si conferma per due volte la risoluzione del contratto con l’impresa interdetta ma si conferma contemporaneamente la prosecuzione del servizio da parte della società stessa: è ben noto, infatti, che la risoluzione del contratto comporta la cessazione di ogni tipo di rapporto tra la società interdetta e la stazione appaltante”.

E ancora: “La contraddittorietà tra le decisioni non sarebbe giustificabile neppure se il Comune avesse voluto applicare la facoltà prevista all’articolo 94 del Codice Antimafia, che disciplina gli effetti del provvedimento interdittivo: la norma, dopo aver enunciato il principio generale per cui le stazioni appaltanti ‘recedono’ dai contratti quando l’interdittiva interviene nel corso del rapporto contrattuale, specifica che ‘i soggetti di cui all’articolo 83 non procedono alle revoche o ai recessi in caso di fornitura di servizi ritenuta essenziale per il perseguimento dell’interesse pubblico, qualora il soggetto che la fornisce non sia sostituibile in tempi brevi’. La norma citata pone, infatti, come alternativa la scelta tra il recesso e la prosecuzione del rapporto contrattuale, quando quest’ultima fosse giustificata dai requisiti da ultimi citati: servizio essenziale e impossibilità di sostituire il contraente interdetto in tempi brevi. Nel caso di specie, il servizio oggetto del contratto con la società interdetta non può considerarsi essenziale, non solo sotto il profilo sostanziale ma anche sotto il profilo formale, non risultando inserito tra i servizi indicati nel Regolamento recante norme di garanzia dei servizi comunali essenziali”.

Fu necessario più di un sollecito della Prefettura per sbloccare la situazione. Inoltre, si registrò persino l’intervento del questore di Foggia che in occasione di interventi richiesti all’amministrazione comunale per la sistemazione della segnaletica orizzontale nel cortile interno della Questura, informò l’ente che era intervenuto personale della ditta interdetta! In conclusione, il prefetto scrive: “La vicenda amministrativa descritta conferma una malcelata difficoltà dell’amministrazione comunale di Foggia ad affrancarsi dal rapporto contrattuale milionario con un’impresa ‘mafiosa’“. – In alto, Rocco Moretti Pasquale Moretti e Francesco Tizzano –

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