Paziente del Riuniti di Foggia rivede la luce: “Ho avuto paura di morire, di non vedere più mia figlia. In ospedale? È guerra con la malagestione”

Il calvario di Paola raccontata da lei stessa sui social network. “La sanità fa acqua ma mi porto la conoscenza di persone speciali e di ragazzi volenterosi che riconosci solo dagli occhi e dalla voce”

Il Covid continua a raccontare storie di chi ce la fa e di chi invece non è riuscito a superare la malattia. Verso il lieto fine la vicenda di Paola, una donna ricoverata al Policlinico Riuniti di Foggia. Sui social ricostruisce il suo calvario.
Chissà questa potrebbe essere l’ultima notte ospite al Riuniti. Tante cose sono successe in queste 18 notti, tanti sentimenti, paure, preoccupazioni, affetti, mi hanno accompagnato.
La vita è fatta di tante cose e, spesso, le più difficili lasciano anche i ricordi più ricchi.
Ricordo bene quando mi è stato comunicato che ero stata contagiata. Un turbinio di sentimenti: rabbia, paura, paura, disperazione, ancora paura, impotenza, solitudine… subito ho capito che ero entrata in un tunnel infernale, imprevedibile, troppo stretto per la mole di lavoro. Ho avuto paura di morire, di non vedere più mia figlia. Poche volte ho avuto paura di morire. Quella notte tanta. Quella notte ero sola.
Poi, fortunatamente, sorge il sole, e le cose assumono un aspetto un po’ più chiaro, si inizia a dare il nome giusto ai mostri che hanno movimentato la nottata.
Così, pian piano, conosci fatti, circostanze e metti tutto meglio in ordine.
Quindi vi racconto quali sono gli effetti pratici del covid sul sistema sanitario e che cosa pazienti e medici, infermieri e oss vivono sulla loro pelle.
Quando si dichiara che sei “sporco”, giustamente devi essere isolato. Agli ospedali riuniti, immagino per ottimizzare le risorse, non hanno creato un clone covid per ogni reparto, ma hanno creato una sezione “malattie infettive” che acquisisce i malati di tutti. Per cui se devi subire o hai subito un intervento chirurgico di qualsiasi natura vai in un reparto chiamato “chirurgia covid”.
Loro diventano i tuoi “coordinatori”, perché la responsabilità dell’intervento rimane al reparto di appartenenza, loro gestiscono problematiche chirurgiche generali e si rapportano con i virologi sul covid.
Risultato che il reparto diventa un imbuto. Se si verifica, come si è verificato, che tutto il reparto di ortopedia universitaria si infetta, la “piccola” chirurgia covid non ha i numeri per fare tutto al massimo dell’efficienza. Sì, perché la direzione sanitaria non sposta nessuna risorsa a sostegno di un reparto in difficoltà.
Stando con loro tanti giorni, però, vedo che se quelle persone non si muovessero con la tenacia, la dedizione, la caparbietà, quello che fanno sarebbe impossibile da realizzare. Si, lì si è in guerra. Non una guerra tra medici e pazienti, non una guerra tra lavoratori e sfaticati. No. Una guerra tra operatori sanitari e mala gestione, che non cambia l’organizzazione con il cambiare dello scenario, che non supporta i suoi più fedeli collaboratori nelle attività quotidiane, che pone limiti burocratici alle necessità di ogni giorno. E le necessità aumentano, i problemi sono tanti, ma chi li dovrebbe “governare” è lì, fermo. Cercando di non cambiare rotta, di non smuovere nessun ingranaggio, anche se è evidente che non funziona. È evidente che va allontanato.
Pertanto, oggi, 18 giorni dopo mi sento di dire che sono vicina alla dottoressa Perfetto, a tutti i suoi collaboratori, a questi infermieri e oss, giovanissimi, che vivono con due spade di Damocle: il covid e il rinnovo del contratto.
Ragazzi volenterosi che riconosci solo dagli occhi e dalla voce. Che si mettono in discussione, vivono, aiutano, sbagliano e imparano, ma che ogni giorno ricominciano con una nuova energia. Non va tutto bene, ma se non ci fossero loro andrebbe tutto veramente male.
Quindi di questa esperienza mi porto la consapevolezza che il covid non è uno scherzo, mi porto la certezza che decenni di politica dei tagli ha portato ad una Sanità che fa acqua, e tutto ciò che c’è di buono è dato esclusivamente da quanto quei medici, infermieri, oss ci mettono di loro.
Mi porto la conoscenza di persone speciali, mi porto l’affetto della mia Signora Francesca e di nonna Nunzia, mi porto l’insegnamento di una donna provata dalla vita ma che mai pretende, ma chiede sempre per piacere.
Ne esco, spero, più ricca. Decisamente più invecchiata. Sicuramente ancora più arrabbiata con una Direzione Sanitaria che mai ha risposto alla mia mail, ma ha saputo solo fare un questionario farlocco da dare ai giornali come risposta alle mie lamentele.



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