Mafia Vieste, tangenti imposte agli imprenditori turistici. Ultima stangata ai “Moschettieri”, eredi del boss defunto Notarangelo

La decisione della Suprema Corte certifica il sistema malavitoso all’ombra del Pizzomunno. Rigettati i ricorsi di Giuseppe Notarangelo, 46 anni, Luigi Notarangelo, 43 anni e Girolamo Perna, ucciso il 26 aprile scorso in un agguato

Mafia ed estorsioni all’ombra del Pizzomunno. La Cassazione ha certificato il sistema malavitoso messo in atto dai clan di Vieste rigettando, nelle scorse ore, i ricorsi di Giuseppe Notarangelo, 46 anni, Luigi Notarangelo, 43 anni e dell’ormai defunto Girolamo “Peppa Pig” Perna, ucciso il 26 aprile scorso in un agguato. Aveva 28 anni. I tre si erano opposti alla sentenza del febbraio 2018 con la quale la Corte d’appello di Bari, in parziale riforma della pronuncia del Tribunale di Foggia nel 2015, aveva di fatto confermato la condanna alle pene per i delitti di estorsione e tentata estorsione, riconoscendo l’aggravante del metodo mafioso, una rarità nel mondo della criminalità viestana.

Secondo i magistrati della Suprema Corte, “le sentenze hanno dato conto degli esiti processuali di precedenti attività d’indagine, che avevano dimostrato l’esistenza di organizzazioni criminali che nel territorio garganico esercitavano un controllo penetrante e oppressivo delle attività imprenditoriali, imponendo con metodologie violente il pagamento di tangenti. La sentenza ha aggiunto le peculiari connotazioni dei messaggi utilizzati da coloro che hanno posto in essere gli ‘avvertimenti’ indirizzati alle vittime, al fine di avvalersi dell’intimidazione derivante dall’evocazione dell’esistenza di organizzazioni criminali mafiose”.

Secondo il lavoro degli inquirenti, Perna era a capo di uno dei due gruppi di scissionisti sorti dopo la morte dello storico boss, Angelo “cintaridd” Notarangelo, trucidato nel gennaio del 2015. Giuseppe e Luigi sono rispettivamente fratello e cugino del defunto capo clan: i tre moschettieri, come vennero ribattezzati nel giorno del blitz, ai quali si aggiunse un giovane Girolamo Perna, divenuto successivamente il leader del clan Iannoli-Perna, in contrapposizione con il clan Raduano.

Nel febbraio 2018 la magistratura riconobbe l’aggravante del metodo mafioso nel processo “Tre Moschettieri”. Dopo la decisione dei giudici del Tribunale di Foggia che nel marzo 2015 avevano condannato alcuni elementi di spicco della mala di Vieste ma senza l’aggravante mafiosa, la seconda sezione della Corte d’Appello di Bari riformò quella sentenza rideterminando la pena agli imputati. Ritenendo valida la circostanza dell’aggravante del metodo mafioso (di cui all’art.7 L. 203/91), i giudici condannarono a 7 anni di reclusione e 2.600 euro di multa, Luigi Notarangelo, a 6 anni e 8 mesi, e 2.000 euro di multa Giuseppe Notarangelo, infine 3 anni e 4 mesi e 1.000 euro di multa (riconosciute le attenuanti generiche) a Girolamo Perna che in primo grado incassò 5 anni. I due Notarangelo, invece, in primo grado erano stati condannati a 6 anni.

Fu quella la seconda volta che la magistratura riconobbe la presenza del metodo mafioso nel mondo della malavita viestana. Prima era successo nel luglio 2017 quando venne condannato a 7 anni e mezzo di carcere Giambattista Notarangelo (cugino di “cintaridd”, anche lui poi morto ammazzato) nell’ambito del processo “Medioevo”, riguardante il racket agli imprenditori turistici della “capitale del Gargano”.

I tre moschettieri

I “moschettieri” furono arrestati e infine condannati per le estorsioni al villaggio “Merino” e al ristorante “Pane e Pomodoro”. Ci fu grande delusione nel mondo dell’Antiracket dopo la sentenza di primo grado del 2015, quando l’aggravante mafiosa cadde rovinosamente. Una notizia inaspettata giunta poche settimane dopo la morte di Notarangelo, ucciso proprio nell’ambito della guerra di mafia tra gruppi criminali di Vieste. Durante il processo ai “Tre Moschettieri” emersero quattro presunte false testimonianze da parte di quattro testi, due citati dalla difesa, due dal pm. Gente che durante gli interrogatori disse “di non aver visto e sentito nulla”.

Il processo ai “Tre Moschettieri” prese il via grazie alla denuncia del titolare di un esercizio commerciale garganico che denunciò le estorsioni tentate e consumate dal clan Notarangelo. Il processo scaturì dall’operazione del 19 luglio 2013 che portò all’esecuzione di quattro ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti del boss “cintaridd”, capo dell’omonimo clan operante nell’area garganica e di altri tre dei suoi soldati più fidati: il fratello Giuseppe, il cugino Luigi e il sodale Girolamo Perna.

L’accusa fu quella di estorsione continuata ed aggravata dal metodo mafioso ai danni di imprenditori turistici viestani che, dopo anni di soprusi, ebbero il coraggio di denunciare i continui taglieggiamenti posti in essere dal gruppo criminoso. A ribellarsi furono Graziano e Matteo Desimio di “Pane e Pomodoro”, seguiti in un secondo momento anche dal fratello Pierino del villaggio “Merino”. L’attività estorsiva dei Notarangelo riguardò il periodo da marzo 2008 fino a settembre 2011. Inizialmente colpendo il villaggio turistico della zona e, da luglio 2011, anche il ristorante. I gestori di quest’ultimo ebbero subito il coraggio di denunciare i malviventi favorendo l’operazione delle forze dell’ordine. Le vittime erano spesso costrette a versare dai 1000 ai 1200 euro al mese. 

Il precedente

Come detto, il metodo mafioso fu riconosciuto solo un’altra volta nelle estorsioni sul Gargano Nord. Successe nel luglio 2017 quando sempre la Corte d’Appello di Bari condannò Giambattista Notarangelo a 7 anni e mezzo di carcere per estorsione, aggravata dal metodo mafioso, nei confronti dei titolari di un villaggio vacanze. In “Medioevo” emerse il sistema estorsivo dei clan di Vieste ai danni degli imprenditori locali. Fu proprio da quel procedimento che iniziò la sfilata in tribunale delle vittime del racket per denunciare il malaffare. E fu per “Medioevo” che nacque l’associazione Antiracket nel centro garganico.

Fu condannato in quel procedimento anche il giovane boss Marco Raduano: per lui 7 anni di reclusione. All’epoca dei fatti, Raduano alias “Pallone” era braccio destro di Angelo “cintaridd” Notarangelo. Circa dieci le estorsioni raccontate nella maxi inchiesta.

La decisione presa dai giudici baresi a scapito di Giambattista Notarangelo rappresentò un momento di assoluto rilievo nella storia della criminalità organizzata del Gargano Nord se si considera che in passato l’aggravante del metodo mafioso era sempre caduta miseramente. (In alto, da sinistra, Angelo “cintaridd” Notarangelo, Girolamo Perna e Luigi Notarangelo; sullo sfondo, il luogo del delitto di “cintaridd”)