Scandalo tributi, altri sette atti di citazione per quasi 3 milioni di euro: il caso Gema nelle carte della Corte dei Conti

La Procura contabile: “Determinati ad agire nei confronti di ex amministratori e della società, al fine di dotare i comuni danneggiati di un titolo idoneo a far valere il ‘privilegio’ del credito in sede di giudizio fallimentare”

Lo scandalo Gema nelle carte della Corte dei Conti di Bari. Altri sette atti di citazione, per un ammontare complessivo di 2 milioni e 853 mila euro circa, sono stati infatti depositati nell’anno appena trascorso a completamento della vasta indagine relativa al mancato versamento, nei confronti di diversi comuni della provincia di Foggia, delle somme riscosse a titolo di tributi locali da parte della società privata concessionaria del servizio (la Gema Spa, appunto).

La vicenda viene ripercorsa nella relazione inaugurale dell’anno giudiziario, dal Procuratore regionale Carmela De Gennaro, nell’ambito delle attività svolte in relazione al fenomeno del mancato riversamento, da parte delle società private concessionarie dell’accertamento e riscossione tributi, di questi ultimi nelle casse degli enti impositori (nel caso specifico, le casse comunali).

“Come già ricordato nei precedenti anni, gli amministratori della società avevano posto in essere un’associazione a delinquere finalizzata, mediante la commissione di diversi reati (peculato continuato, falso in bilancio, fittizia formazione del capitale sociale), a consentire alla società di non decadere dall’autorizzazione ministeriale e di continuare così a svolgere il servizio di concessionario della riscossione, aggravandone la situazione economica, patrimoniale e finanziaria recando, al contempo, consistenti vantaggi patrimoniali ai sodali che si erano appropriati dei fondi di pertinenza statali”, si legge.

“Va, tuttavia, evidenziato che difficilmente sarà possibile recuperare per intero l’ingente danno conseguito dalle diverse azioni, atteso che, per un verso, la società di riscossione è stata dichiarata fallita e che, per altro verso, il patrimonio dell’unico amministratore capiente appare esiguo in rapporto all’entità del danno procurato. Nonostante ciò – continua – questo Ufficio si è determinato ad agire comunque nei confronti degli ex amministratori e della società, al fine di dotare i comuni danneggiati, laddove il Giudice dovesse ritenere di emettere le relative sentenze di condanna (come già avvenuto per i giudizi già discussi), di un titolo idoneo a far valere il “privilegio” del credito in sede di giudizio fallimentare”.

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