Sindaco? Meglio il commissario. La “rivoluzione silenziosa” di Faeto

La gente è sfiduciata, quindi non ci sarà nessuna elezione. Faeto è un paesino di 600 anime della provincia di Foggia e, arroccato sui Monti Dauni, guarda tutta la Capitanata essendo il comune più “alto”. La settimana scorsa, a presentare le candidature per le amministrative, presso l’ufficio elettorale del Municipio non si è presentato nessuno. Eppure sia Michele Pavia che Giovanni Marella, entrambi in corsa fino a quel momento per la poltrona da primo cittadino, otto uomini da inserire in lista li avrebbero pure avuti. Ma, ad un certo punto, come la definisce Marella, hanno dovuto fare i conti con la  “rivoluzione silenziosa”. Nel porta a porta per raccogliere voti e sondare il terreno, i due candidati si sono ritrovati a fronteggiare una inaspettata serie di “No, grazie, non voto”. Così, da sfidanti – se in un paese di 600 persone dove ci si conosce tutti la definizione può ancora reggere – Marella e Pavia si sono ritrovati a confrontarsi, a parlarsi, a giungere alle stesse conclusioni. Perfino ad ipotizzare di unire le forze, prima di giungere all’estrema conseguenza di non presentare alcuna candidatura e “aprire un momento di riflessione”.

Antonio Melillo

Quindi, dal 12 giugno prossimo, Faeto ritornerà nelle mani di un commissario prefettizio, così come era accaduto nel 2011, quando i consiglieri di maggioranza e di opposizione rassegnarono le dimissioni mandando  casa l’allora sindaco Giuseppe Cocco. Una ferita, quello della scioglimento anticipato del consiglio comunale, che ha rappresentato un anno zero per la comunità faetana. E ha “disgregato anche diverse famiglie”, racconta Michele Pavia, perché in un paesino di 600 abitanti prescindere dalle parentele è un esercizio altamente improbabile. Dopo la prima parentesi prefettizia, Antonio Melillo, homo novus della politica locale, ha preso le redini della città dal 2012 fino ad oggi: “Questa è una pagina davvero triste, come è triste il fatto che i due candidati non siano riusciti ad aggregare persone intorno alle loro liste”, commenta l’attuale primo cittadino. 

Per i due sfidanti, però, le ragioni dello sfascio sembrano essere più profonde: “Ho cercato di costituire una lista e sono davvero rammaricato perché volevo creare un gruppo eterogeneo con la presenza di giovani e di donne – spiega Michele Pavia-. Ho riscontrato una forte resistenza da parte dei concittadini. Una sfiducia della gente a voler entrare in lista, una situazione particolare e sicuramente la gente in questo periodo ha necessità di avere una  maggiore presa di coscienza rispetto a questo evento”. Dello stesso avviso è anche l’altro possibile sfidante, Giovanni Marella: “Cos’è successo? C’è stata una rivoluzione silenziosa, la popolazione di fronte ai tempi passati si è sfiduciata nei confronti dell’amministrazione. Quindi, ad un certo punto, si è ritrovato di fronte soltanto all’espressione di alcune famiglie e si è ammutinata. La gente – spiega – ha fatto questa scelta di non partecipare con candidati nelle liste. Qui siamo tutti legati da vincoli familiari. Prestare persone in una lista piuttosto che in un’altra significava legarsi a un progetto, e per questo sono rimasti fuori”. Dunque, venuto il meno il principio della rappresentanza, a Faeto sono venute meno anche le liste elettorali. Sia Pavia che Marella hanno deciso di non presentare i propri nominativi “perché non largamente condivisi”. Talmente non condivisi che anche la possibilità di presentare una lista unica, come nel caso di Candela nelle elezioni del 2016, è risultata impraticabile: “Avremmo dovuto raggiungere il quorum del 50% dei votanti, ma sarebbe stata una impresa ardua con tutta l’amarezza che i concittadini ci hanno manifestato”, confidano gli aspiranti sindaci. 

Piuttosto che elezioni democratiche, Faeto si affiderà al commissario prefettizio. A pesare, tra l’altro, anche veti incrociati, risentimenti ad personam, e tutte quelle dinamiche proprie della politica che, però, in questo caso ed in questa comunità, hanno rappresentato un ostacolo insuperabile. Un fenomeno anomalo, il primo in Puglia. In fondo Faeto è abituata ad essere una rarità essendo l’unica isola linguistica di francoprovenzale nell’intera regione. 

Dunque la scelta, non indolore, è stata quella di rimettere i remi in barca per aspettare momenti migliori. I due aspiranti sindaci commentano all’unisono: “è una decisione maturata insieme per dare il tempo ai cittadini di aprire una riflessione e preparare progetti che vadano nella direzione del coinvolgimento della popolazione. Bisogna mettere insieme interventi strutturali che vadano al di là del singolo mandato”.  

Nicola Gatta

Perché Faeto, come la maggior parte dei comuni sui Monti Dauni, sconta l’esodo di tanti cittadini che si spostano nei centri più grandi della provincia (a Candela il sindaco Nicola Gatta ha istituito un bonus da 800 a 1800 euro per fare in modo che le giovani coppie vivano nella cittadina); un servizio di assistenza sanitaria a singhiozzo, dove la vaga  dicitura “piano di riordino ospedaliero” diventa concreta attuazione di tagli a volte folli, dove anche l’arrivo di un’ambulanza può risultare problematico; l’opera dei giganti delle energie alternative che possono fare il bello ed il cattivo tempo con le royalties. Sono questi i problemi dei piccoli comuni, dove affiora questa sorta di populismo 3.0, una specie di nichilismo militante e attivo che prende forma, come a Faeto, attraverso la non partecipazione al voto. 

Gianfilippo Mignogna

Chi ne fa una battaglia politica da anni, per riaffermare la dignità dei piccoli comuni, è Gianfilippo Mignogna, sindaco di Biccari, cittadina a pochi chilometri da Faeto: “Se volete capire perché Ussita, Faeto ed almeno altri 4 Piccoli Comuni italiani che a questo giro sono senza sindaco, prima di parlare, provate ad ascoltare chi ha il coraggio di starci dentro. Ascoltate, per una volta, il grido di dolore dei sindaci dei Piccoli Comuni di montagna. Recuperate i troppi allarmi inascoltati di chi, tra l’indifferenza degli altri livelli istituzionali, ha denunciato invano l’assenza di servizi e finanche di attenzione per questi luoghi dimenticati. Contate le risorse tagliate, gli scippi legalizzati, i provvedimenti capestro a danno di quelli che chiamano con disprezzo mini enti o comuni polvere”. E così capita anche che un piccolo comune rimanga senza sindaco. Per scelta.