Il business oscuro di ferro e rame, le confessioni di Yuri: “A Foggia c’è chi fa tanti soldi. Anche 3mila euro al mese”

Lavora in nero su pezzi che ritira nelle case o gli portano i ‘tre ruote’, un’espressione gergale, spesso usata in dialetto, per indicare quelli che raccolgono e caricano il ferro verso gli scassi. “Una volta mi dicevano che ero un poveretto, ora ci sono almeno 2000 persone a Foggia che in questo modo mantengono la famiglia. Duemila, tremila euro lordi al mese a casa li portano… qua la crisi ci ha messo in ginocchio”.

Un sacco di rame da 150 euro è pronto per essere caricato nel furgone. Yuri (nome di fantasia) lo ricicla da televisori, computer, condizionatori, motorini d’avvolgimento, radiatori d’alluminio. Lavora in nero su pezzi che ritira nelle case o gli portano i ‘tre ruote’, un’espressione gergale, spesso usata in dialetto, per indicare quelli che raccolgono e caricano il ferro verso gli scassi. “Una volta mi dicevano che ero un poveretto, ora ci sono almeno 2000 persone a Foggia che in questo modo mantengono la famiglia. Duemila, tremila euro lordi al mese a casa li portano… qua la crisi ci ha messo in ginocchio”.

Lo “scasso” del terzo millennio

Riconvertire l’attività, differenziarla, questo si dice di un’impresa che svolta e si ripensa. Anche il classico demolitore  schiacciaferro, che una volta si limitava ad aspettare la macchina o i suoi pezzi di ricambio, è cambiato, ha appreso l’arte di separare: “Sì, al 60%, qua ci sono una trentina di scassi, qualcuno c’ha la pila, pagano assai le acciaierie, dieci volte di più di quanto loro pagano ai tre ruote che glielo portano. Una volta ho visto fare un bonifico da 98mila euro, man mano che sali verso il nord il rame costa di più. Questo business è molto più grosso dell’edilizia. È che ‘stu lavor non lo conoscono, non lo sanno fare, non vogliono pestare piedi…”.

Tanti km a piedi per 10 euro

Chi gestisce una ditta di demolizioni in città conta anche 8 o 9 dipendenti. Una folla di gente, in tarda mattinata, si assiepa ogni giorno intorno alle bilance. “Poi stanno i rumeni che fanno solo danni, i piccoli cavetti coperti di plastica li raccolgono e li bruciano così glieli pagano di più ma inquinano”. Fino a qualche anno fa se lasciavi un elettrodomestico vicino al cassonetto lo ritrovavi ancora lì dopo qualche giorno, oggi sparisce in un baleno. La crisi accelera il processo di riciclaggio oltre i percorsi consueti e spesso in parallelo. Yuri si è lanciato nel settore fiutando l’affare, era oltre 10 anni fa. Avrebbe voluto coinvolgere gli imprenditori ma l’idea non ha trovato supporti. Ci spiega che,  oggi, nella caccia a tutto quanto abbia sagoma da elettrodomestico casalingo, o di pezzo che una volta era assemblato, si trova gente che percorre  dieci chilometri a piedi per “riempire una bustina e guadagnare 10 euro”.

rame 2

Sopravvivere alla crisi

Ferve quest’attività anche in molti box privati: “Un sacco di gente disperata, che ha perso il posto fisso, sopravvive in questo modo”.  Ha svolto qualunque genere di lavoro, ma non ce li può elencare proprio tutti. Insistiamo: “Meglio di no”. “Allo zuccherificio stavo sui camion, pale meccaniche, tir, ho spento anche gli incendi versando terra con i mezzi, anche laddove i rifiuti interrati producevano gas, perché a questo siamo, molte cose si sotterrano…”. Ha imparato a separare il materiale da un vecchietto, che, anche lui, “campava sei figli in questo modo. Io gli stavo vicino e lo seguivo, gli rubavo il mestiere”. Ci racconta del business dei metalli. A Foggia la cronaca ne parla di frequente, sono spesso furti ad opera di stranieri, ma non solo (è nato persino il progetto “Ita.Ro.” tra polizia italiana e rumena per stanare il fenomeno, ndr). “Quando io porto le cose sanno che non rubo, anzi, contribuisco a tenere pulita la città. Mi conoscono, certo rischio un po’ ma certi amici miei se vedono qualcuno che abbandona una lavatrice vicino all’immondizia gli impongono di venire da me”.

A Rimini una fiera “strepitosa”

“Puglia recuperi” è l’azienda che si occupa di riciclo, plastica, cartone, ora anche legno: “Se gli porti un pezzo è una ‘ncinata (una mazzata, ndr), si paga al chilo, quindi uno si chiede perché devo spendere questi soldi. Loro prendono soldi dalla Regione e dalle ditte, mi volevano dare un posto lì ma io ho rifiutato”.

Rimini è un eldorado per Yuri. Fiera ecomondo, 13 novembre: “Se vai lì ti si apre il cervello come una rosa e ti chiedi, ma dove sono?  Trasformano tutto, la gomma diventa un tappetino per la macchina, la plastica un bicchiere, anche con le macchinette che ti regalano una bibita”. Intanto apre la mano ed espone, fiero, una matassa di rame, una specie di totem frutto della lavorazione, liscio, lucido, brillante. “Lo vedi qua, questo è il futuro”.  

Poi c’è il colosso della Concordia che, tra un passaggio e l’altro, viene fuori dal nostro discorso: “Se la davano a me in campagna sai come la smontavo: acciaio, oro, alluminio, ottone, e devi vedere che trovano ancora”. Non si ricorda dove l’hanno realmente portata, il core business prima di tutto.

Imprenditore per oasi ecologica cercasi

Voleva crearla un’impresa ecologica, un’oasi, ma non ce l’ha fatta. “Sennò li facevo chiudere a tutti, avrei dato lavoro a tanta gente”. La storia è che ha chiesto finanziamenti a Sviluppo Italia senza ottenerli: “Loro te li danno per i macchinari e non per il terreno che, a norma, deve essere in cemento in modo che non passino liquidi di alcun genere. Io il terreno ce l’ho ma per quella piattaforma ci vogliono 80mila euro. Non ho trovato un imprenditore che ci ha creduto, poteva mettere una parte di soldi, io il terreno e l’esperienza”. Il business foggiano va da un’altra parte, almeno da quello che sembra. Yuri si avvia verso lo scasso: “Alcuni fanno tanti soldi, ma ne potrebbero fare di più, ce ne sono 30 a Foggia, in pochi hanno cominciato a differenziare”.  



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