Ecco come si svende un territorio all’eolico e ai rifiuti

Quattro parchi eolici e rifiuti. Così è stata condannata la “Pompei” del Basso Tavoliere. Il sito archeologico di Herdonia, è stato saccheggiato prima dai predoni e poi dall’incapacità amministrativa di chi ha occupato le poltrone negli ultimi venti anni. E la vicenda “Edil C” è emblematica…

Pale eoliche su reperti ad Ordona

Quattro parchi eolici e rifiuti. Così è stata condannata la “Pompei” del Basso Tavoliere. Il sito archeologico di Herdonia, è stato saccheggiato prima dai predoni e poi dall’incapacità amministrativa di chi ha occupato le poltrone negli ultimi venti anni. Tra questi, il commercialista di provincia con l’aria bonaria Michele Pandiscia. Sotto le sue mani sono passate le autorizzazioni di ben 4 parchi eolici (un record per un comune con 2mila abitati a vocazione archeologica e agricola). Milioni di euro finiti non si sa dove. Con nessun beneficio per i cittadini, che si sono ritrovati pure con un comune indebitato. E pieno di rifiuti. Qui, infatti, ci fu la grande protesta di migliaia di persone per evitare che venisse realizzata la discarica di Agecos, la società del re dei rifiuti Rocco Bonassisa, in località Ferranti.

ingresso discarica, dove c'era il presidio della protesta
La “vecchia” discarica in località Ferranti

Nemmeno il “museo archeologico”, realizzato con finanziamenti pubblici importanti, ha mai visto la luce. Un territorio sventrato, dunque, che non ha raccolto niente, ipotecando il proprio futuro per generazioni. Del resto, è emblematica la vicenda della “Edil C”, la società coinvolta nell’ultima maxi operazione della Dia e Noe di Bari, che ha scardinato un sistema di smaltimento di rifiuti pericolosi sull’asse Campania-Puglia. E non poteva non esserci Ordona, punto nevralgico della tratta che dal Napoletano, attraverso i Monti Dauni, arriva dritto nel cuore della Capitanata. La stessa tratta che, negli anni Novanta, fu decisiva per gli interessi della “green economy”, con gli interessi tra il “re del vento”, Oreste Vigorito, e molti amministratori locali di quegli anni per l’istallazione di migliaia di pale eoliche.

Quella stagione non è mai terminata, ha semplicemente cambiato forma. Le polemiche per le autorizzazioni alla società ordonese, si arenarono immediatamente con l’accordo tra l’amministrazione Pandiscia e la società. È lì che inizia la vicenda amministrativa che ha mostrato il suo lato peggiore con l’operazione dei carabinieri degli ultimi giorni.

La “Edil C”, infatti, avrebbe dovuto realizzare un impianto per la raccolta e la frantumazione da demolizioni edili. Tra il 2009 ed il 2010 si compie l’operazione politica, al punto che, il nuovo primo cittadini, Rocco Settimio Formoso, si limitò a commentare così le scelte del “regno” del suo predecessore: “La salvaguardia dell’ambiente è sicuramente una delle nostre priorità – ammise in una intervista nel 2010 – ma siamo comunque consci che se produciamo rifiuti in qualche modo dovremo pur smaltirli”. Una bella apertura di credito, dunque, verso l’accordo siglato il 12 novembre 2009 tra la Giunta Pandiscia e l’impresa. Nella prima relazione dell’allora sindaco, presentata in Consiglio comunale, si faceva presente come ci fosse “la necessità che sia esercitato un attento e costante controllo del territorio acché non vengano sversati materiali che l’amministrazione ritiene pericolosi, perciò propone al Consiglio che sia votato un parere sfavorevole se i materiali da recuperare saranno tutti quelli indicati nella tabella all’allegato 1 del Regolamento della Regione Puglia numero 6 del giugno 2006”. Questa leggera restrizione non venne digerita dall’allora consigliere Michele Lombardi (poi diventato vicesindaco con Formoso e arrestato con l’accusa di truffa all’Inps). La proposta (bocciata) del consigliere diede il via al progetto “depotenziato” della Edil C, per il conferimento solo di una parte dei materiali potenzialmente trattabili nel sito, e cioè: cemento, mattoni, mattonelle e ceramica, miscugli o scorie di cemento, legno, vetro, plastica, rame, bronzo, ottone, alluminio, ferro e acciaio, stagno e materiale da costruzione con base in gesso. A votare contro, solo due consiglieri, Troccoli e Stella.

Sull’orlo dell’entusiasmo per il primo passaggio favorevole, la ditta fece inserire nel patto di intesa una postilla davvero simpatica: “La stessa ditta si obbliga a sottoporsi non solo ai normali controlli istituzionali, ma a quelli che saranno effettuati, a garanzia della salubrità del territorio, da parte di associazioni ambientaliste, di comitati di cittadini o giornali e riviste anche on line e di sostenerne i costi”. Avrebbe, dunque, pagato le spese per gli eventuali controlli nell’impianto localizzato in terreni che nello strumento urbanistico erano classificati come “agricoli”. La soluzione, tuttavia, venne immediatamente prevista: “È possibile – scrissero nel documento di accordo tra le parti -, ove occorra (ovvero dove lo strumento urbanistico non prevede aree specifiche per tali impianti), una variante e comporta una dichiarazione di pubblica utilità, urgenza ed indifferibilità, discendendone, quindi, una compatibilità a prescindere dalla destinazione originaria salvo il porre in essere di tale procedura da parte del soggetto autorizzante (in questo caso la Provincia di Foggia)”. Proprio Palazzo Dogana, con una determina del responsabile del servizio Ambiente Giovanni D’Attoli (numero 3746 del 24 ottobre 2010), concede l’autorizzazione, con una precisazione: “In caso di inosservanza delle prescrizioni autorizzatorie si procederà, secondo la gravità dell’infrazione, alla diffida, diffida con contestuale sospensione dell’attività per un tempo determinato o revoca dell’autorizzazione con contestuale chiusura dell’impianto”. L’atto venne notificato all’Arpa Puglia, al dipartimento di Prevenzione dell’Asl e al Comune di Ordona. Per quattro anni è calato il silenzio su questo impianto. Fino alla maxi operazione delle forze dell’ordine di questi giorni.