L’omicidio di Alessandro Moretti detto “Sassolino”, ucciso a colpi di pistola la sera del 15 gennaio scorso in via Sant’Antonio a Foggia, sarebbe stato la risposta della batteria Sinesi-Francavilla all’agguato subito quasi dieci anni prima da Roberto Sinesi, dalla figlia del boss e dal nipotino.
È l’ipotesi sulla quale stanno lavorando gli investigatori della Direzione distrettuale antimafia di Bari, che hanno acceso i fari su Ivan Narciso, foggiano nato nel 1990, indagato per omicidio aggravato dal metodo mafioso e associazione mafiosa.
Nei maxi faldoni dell’inchiesta sulla batteria Sinesi-Francavilla compare il decreto con cui il gip del Tribunale di Bari ha autorizzato intercettazioni telefoniche e ambientali, tracciamenti GPS e acquisizione di tabulati per verificare le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Giuseppe Francavilla alias “Pino capellone”.
Secondo la ricostruzione contenuta negli atti, l’omicidio sarebbe stato ordinato da Emiliano Francavilla ed eseguito proprio da Narciso. Si tratta di un’ipotesi investigativa ancora sottoposta a verifica e che dovrà essere eventualmente dimostrata nelle successive fasi processuali.
Alessandro Moretti, i legami con Rocco Moretti e Massimo Perdonò
Gli inquirenti collocano la vittima al centro degli equilibri della Società foggiana. Alessandro Moretti, 35 anni, era nipote dello storico boss Rocco Moretti, detenuto al 41 bis insieme al figlio Pasquale, e sarebbe diventato il naturale reggente e forse anche il cassiere, secondo il pentito, della batteria Moretti-Pellegrino-Lanza.
Gli atti ricostruiscono anche un ulteriore legame familiare ritenuto significativo. Concetta Moretti, sorella di Alessandro, è sposata con Massimo Perdonò, dunque cognato della vittima e nipote acquisito di Rocco Moretti.
Perdonò è detenuto dopo essere stato condannato in via definitiva per il tentato omicidio, aggravato dall’agevolazione mafiosa, di Giovanni Caterino. Quest’ultimo era considerato il basista del commando responsabile del quadruplice omicidio di San Marco in Lamis del 9 agosto 2017, nel quale furono assassinati il boss garganico Mario Luciano Romito, il cognato Matteo De Palma e i fratelli Aurelio e Luigi Luciani.
Il nome di Perdonò ricorre anche nella ricostruzione del precedente attentato contro Roberto Sinesi e la sua famiglia, episodio dal quale, secondo il collaboratore di giustizia, sarebbe maturata la vendetta culminata nell’assassinio di Moretti.
L’agguato del 2016 contro Roberto Sinesi
Il 6 settembre 2016 Roberto Sinesi viaggiava in automobile insieme alla figlia e al nipotino, nato dalla relazione tra la donna e Antonello Francavilla, quando il gruppo fu raggiunto da numerosi colpi d’arma da fuoco.
Secondo quanto Giuseppe Francavilla avrebbe riferito al cugino Emiliano durante un incontro nel carcere di Benevento, l’agguato sarebbe stato compiuto da uomini legati alla batteria Moretti. In particolare, il collaboratore avrebbe indicato Massimo Perdonò, Mario Romito e Pasquale Ricucci, questi ultimi esponenti di vertice del clan garganico storicamente vicino alla batteria Moretti-Pellegrino-Lanza.
La comune detenzione di Giuseppe ed Emiliano Francavilla nel dicembre 2022, precisano gli investigatori, avrebbe trovato riscontro nei dati ufficiali relativi alla movimentazione carceraria.
“Come esce un primo Moretti deve morire”
Durante il colloquio, Giuseppe Francavilla avrebbe parlato anche di Ivan Narciso, descrivendolo come un giovane vicino a Roberto e Francesco Sinesi e ad Antonello Francavilla, ma in forte ascesa anche nel rapporto con Emiliano Francavilla, soprattutto nelle attività estorsive e nella commissione di omicidi.
Sempre secondo il pentito, Emiliano Francavilla, intenzionato a vendicare l’attentato che aveva colpito Roberto Sinesi, la compagna del fratello Antonello e il loro bambino, avrebbe pronunciato una frase precisa: “Come esce un primo Moretti deve morire”.
Per Giuseppe Francavilla, profondo conoscitore delle dinamiche mafiose interne alla batteria, quella minaccia si sarebbe concretizzata proprio con l’assassinio di Alessandro Moretti, indicato come il delitto ordinato da Emiliano Francavilla e materialmente realizzato da Narciso.
La precedente risposta armata dei Sinesi
Gli atti ricordano che una prima risposta all’agguato del settembre 2016 sarebbe arrivata il mese successivo con l’omicidio di Roberto Tizzano e il grave ferimento di Roberto Bruno, entrambi ritenuti vicini alla batteria Moretti.
L’azione venne compiuta da Patrizio Villani, indicato come braccio armato di Roberto Sinesi e del figlio Francesco. L’omicidio Moretti si inserirebbe dunque, secondo la prospettazione investigativa, in una vendetta rimasta aperta per anni e alimentata dallo scontro tra le due principali fazioni della criminalità organizzata foggiana. Villani venne poi condannato a 30 anni e oggi è collaboratore di giustizia. Con lui avrebbe agito anche un’altra persona rimasta ignota.
Le attività tecniche su Narciso
Per verificare il racconto del collaboratore, la Procura antimafia ha chiesto l’intercettazione per quaranta giorni di diverse utenze telefoniche. Alcune risultavano formalmente intestate ad altre persone, ma sarebbero state utilizzate da soggetti sui quali si concentrava l’attenzione degli investigatori.
Il gip ha inoltre autorizzato intercettazioni ambientali audio e video, insieme al tracciamento GPS, anche su altre persone oltre all’acquisizione dei dati del traffico telefonico e telematico.
Le attività investigative puntano a ricostruire i contatti di Narciso, i suoi spostamenti e i rapporti con gli appartenenti alla batteria Sinesi-Francavilla.
Emiliano Francavilla e i contatti dal carcere
Un ulteriore capitolo riguarda Emiliano Francavilla, che secondo gli inquirenti avrebbe mantenuto regolari contatti, anche attraverso videochiamate non autorizzate, con persone appartenenti o vicine al gruppo criminale.
Tra gli interlocutori indicati negli atti compaiono Ivan Narciso, Gioacchino Frascolla, Raffaele Palumbo, Ciro Spinelli, detto “il marsigliese” o “faccia nera”, e Daniele Barbaro.
Francavilla avrebbe discusso delle dinamiche interne alla consorteria, delle attività criminali in corso e di quelle future, oltre che delle fibrillazioni capaci di alterare gli equilibri della batteria.
In una videochiamata con Frascolla e Palumbo avrebbe lamentato le scorrettezze commesse da alcuni uomini del gruppo, minacciando di rompere gli arresti domiciliari per ristabilire l’ordine: “Dobbiamo iniziare a fare gli schieramenti”, avrebbe detto, aggiungendo di essere pronto a scontrarsi con chi non rispettava più le gerarchie.
Gli investigatori descrivono così una batteria attraversata da tensioni interne ma ancora capace, secondo l’accusa, di mantenere contatti, impartire direttive e programmare azioni criminali. È in questo scenario che si inserisce il nuovo filone sull’omicidio di Alessandro Moretti e sul presunto ruolo di Ivan Narciso.









