Per anni era rimasto uno dei misteri più inquietanti della mafia garganica. La scomparsa di Francesco Armiento, avvenuta nel giugno 2016, era stata archiviata come una “lupara bianca”, senza un corpo e senza responsabili. Oggi, nella corposa ordinanza cautelare di quasi 500 pagine che ha portato a nove arresti nell’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Bari, i magistrati ritengono di aver ricostruito nei dettagli il delitto grazie alle dichiarazioni convergenti di più collaboratori di giustizia, ritenute credibili e supportate da riscontri investigativi.
Secondo il gip, il movente dell’omicidio sarebbe stato l’incendio dell’autovettura di Francesco Pio Gentile, detto “Passaguai”, ucciso nel 2019, episodio attribuito ad Armiento, ribattezzato dal gruppo “Cioccolatino” o “Signorino”. Ma dalle vecchie indagini emerge anche un ulteriore elemento: un possibile movente passionale che, all’epoca, aveva orientato gli investigatori.
Per l’ordinanza cautelare relativa anche alla lupara bianca di Francesco Libergolis detto “faccia di pecora” (ucciso nel 2011) e all’omicidio di Ivan Rosa (2014), DDA di Bari e carabinieri del ROS hanno fermato Antonio Quitadamo, il fratello Andrea e l’altro fratello Renato, soprannominati “Baffino”, tutti di Mattinata; i primi due collaboratori di giustizia. Agli arresti anche un altro pentito, Francesco Notarangelo detto “Natale” di Mattinata, Francesco Scirpoli detto “Il lungo” di Mattinata, Giuseppe Lorusso detto “Mussolini” di Manfredonia, Michele Silvestri detto “U’ russ” di Mattinata, Matteo Lombardi detto “A’ carpnese” di Manfredonia e Pietro La Torre detto “U’ Muntaner” di Manfredonia. Tutti in carcere ad eccezione dei tre pentiti per cui sono stati disposti i domiciliari. Sono inoltre ritenuti responsabili della morte di Armiento, i boss Mario Luciano Romito e il cugino Francesco Pio Gentile detto “Passaguai”, uccisi rispettivamente nel 2017 e 2019 mentre Pasquale Ricucci alias “Fic secc”, morto ammazzato nel 2019, avrebbe preso parte all’agguato a Ivan Rosa.
La pista passionale e i messaggi con la moglie di Quitadamo
Nell’ordinanza viene ricordato come, durante le prime indagini sulla scomparsa, fosse emerso che nei giorni precedenti Armiento aveva intrattenuto su Facebook una fitta corrispondenza dai contenuti ritenuti equivoci con Francesca Mantuano, moglie di Renato Quitadamo.
Contestualmente, gli investigatori accertarono anche che poche ore prima della scomparsa, dal telefono di Armiento era partita una telefonata anonima ai carabinieri nella quale si segnalava che Renato Quitadamo detenesse illegalmente armi. La successiva perquisizione diede però esito negativo.
Gli inquirenti descrivevano inoltre Armiento come un uomo vicino agli ambienti della criminalità garganica, sospettato di diversi episodi incendiari e danneggiamenti, incline – secondo quanto riportato negli atti – a intrattenere relazioni anche con donne sposate. In assenza di elementi sufficienti, il procedimento fu archiviato nel settembre 2018. Oggi quella vicenda viene riletta alla luce delle confessioni dei collaboratori.

L’appuntamento organizzato con un pretesto
Il racconto più dettagliato è quello del collaboratore Antonio Quitadamo, che ammette il proprio coinvolgimento nell’occultamento del cadavere.
Secondo la sua ricostruzione, tutto iniziò quando Gentile organizzò un incontro con Armiento nella zona di Tor di Lupo, facendolo accompagnare da Renato Quitadamo, amico della vittima. Il pretesto era quello di un semplice chiarimento.
Nella stessa località arrivarono anche Mario Luciano Romito, boss ucciso nella strage di San Marco del 2017 e cugino di “Passaguai”, Francesco Notarangelo, Michele Silvestri e lo stesso Antonio Quitadamo.
Armiento sarebbe stato quindi condotto all’interno di una grotta dove Romito iniziò a interrogarlo sull’incendio dell’automobile di Gentile.
L’interrogatorio nella grotta e il colpo di pistola
Secondo la ricostruzione accolta dal gip, Armiento avrebbe ammesso di essere l’autore dell’incendio delle auto di Gentile e di Leonardo Silvestri, spiegando di aver agito per alimentare uno scontro tra le opposte fazioni criminali e spingere Gentile a vendicarsi contro Silvestri.
A quel punto Antonio Quitadamo racconta di essersi allontanato insieme a Gentile per recuperare un’autovettura rubata che sarebbe servita per la fuga.
Quando rientrarono a Tor di Lupo, Michele Silvestri li informò che Romito aveva già ucciso Armiento.
Entrato nella grotta, Quitadamo trovò il corpo riverso a terra con una ferita d’arma da fuoco sotto l’occhio destro.
Anche il collaboratore Andrea Quitadamo, pur riferendo fatti appresi dal fratello Renato e da Notarangelo, conferma la stessa dinamica: Armiento venne accompagnato a Tor di Lupo, interrogato da Romito e infine ucciso con un colpo di pistola alla testa.
Il racconto di Notarangelo: “Quando arrivammo sentii lo sparo”
Ulteriori conferme arrivano dalle dichiarazioni autoaccusatorie di Francesco Notarangelo, che oltre ad ammettere il proprio ruolo nell’occultamento del cadavere ha consentito agli investigatori di recuperare parte della calotta cranica della vittima, già rinvenuta nel 2018 ma rimasta fino a oggi senza attribuzione.
Notarangelo racconta che il giorno precedente al delitto Gentile gli aveva anticipato l’incontro organizzato con Armiento.
Il pomeriggio dell’omicidio raggiunse Tor di Lupo insieme ad Antonio Quitadamo. Lungo il tragitto incontrarono anche Michele Silvestri e successivamente Renato Quitadamo, che aveva appena accompagnato Armiento sul posto.
Quando il gruppo si avvicinò alla grotta, Notarangelo vide un’autovettura con targa straniera e intuì immediatamente che qualcosa fosse già accaduto. Pochi istanti dopo sentì un colpo di pistola.
Dalla grotta uscirono Romito e Gentile, che gli ordinarono di aiutarli a caricare il corpo di Armiento.
Notarangelo riferisce inoltre che la vittima perdeva molto sangue dalla testa e che qualcuno utilizzò perfino un secchio di plastica per cercare di contenerne la fuoriuscita durante il trasporto.
L’occultamento del cadavere e l’auto incendiata
Secondo tutti i collaboratori, il corpo fu caricato nel bagagliaio di un’automobile con targa straniera e trasportato nelle campagne della contrada Alvaro, dove venne abbandonato tra la vegetazione.
Successivamente Antonio Quitadamo e Michele Silvestri si sarebbero diretti verso Vieste per incendiare l’autovettura utilizzata da Armiento.
Notarangelo racconta inoltre che circa una settimana dopo tornò sul luogo dell’occultamento con l’intenzione di seppellire definitivamente il cadavere affinché non venisse mai ritrovato.
Il ritrovamento della calotta cranica e i riscontri della Dda
Per il gip le dichiarazioni dei collaboratori risultano reciprocamente convergenti e trovano numerosi elementi di conferma esterni.
Tra questi assume particolare rilievo proprio il recupero della calotta cranica della vittima, reso possibile grazie alle indicazioni fornite da Notarangelo durante un sopralluogo investigativo.
Anche il collaboratore Marco Raduano, pur riferendo circostanze apprese da Antonio Quitadamo, conferma un elemento ritenuto decisivo dagli inquirenti: il fatto che Armiento fosse stato ucciso all’interno di una grotta, particolare rimasto ignoto fino all’avvio della collaborazione dei pentiti.
Secondo il giudice, la linearità dei racconti, le autoaccuse e i numerosi riscontri investigativi consentono di ritenere fondata la ricostruzione accusatoria della Direzione distrettuale antimafia.
L’omicidio di Francesco Armiento rappresenta uno dei tre delitti ricostruiti nella nuova ordinanza cautelare che ha portato ai nove arresti eseguiti nei confronti di presunti appartenenti alla mafia garganica. Lo stesso provvedimento ricostruisce anche la lupara bianca di Francesco Li Bergolis e l’omicidio di Ivan Rosa, inserendoli nel contesto della lunga guerra tra i clan del Gargano.












