Una serata perfetta entra nella memoria collettiva di chi c’era e ha acquistato il biglietto. La rappresentazione di Andrea Chénier che ha chiuso il GIO Festival – Giordano International Opera Festival in Piazza Cavour a Foggia è stata una di quelle occasioni rare in cui storia, musica, identità territoriale e visione artistica convergono in un unico grande evento.
Con il capolavoro giordaniano si è conclusa la prima edizione del festival dedicato a Umberto Giordano, l’illustre compositore nato in terra di Capitanata, che ha dimostrato di poter essere finalmente all’altezza della statura internazionale del maestro foggiano. Finalmente anche Foggia ha il suo festival lirico, così come ce l’hanno le città che hanno dato i natali a Giacomo Puccini, Vincenzo Bellini, Giuseppe Verdi, Giacomo Rossini.
La scelta di affidare il gran finale ad Andrea Chénier possedeva un valore altamente simbolico. L’opera che consacrò Giordano nel panorama musicale europeo è tornata nella sua città natale attraverso la ripresa per spazio aperto del celebre allestimento scaligero firmato da Mario Martone, una produzione che conserva intatta la sua forza teatrale e la sua capacità di coniugare rigore storico e modernità drammaturgica. Per l’occasione, Piazza Cavour si è trasformata in un immenso teatro a cielo aperto, capace di accogliere una produzione di livello internazionale che ha richiesto un’imponente macchina organizzativa e il trasferimento da Milano delle scenografie originali.
Sul podio, Gianna Fratta ha guidato con autorevolezza e sensibilità l’Orchestra e il Coro della Fondazione Teatro Petruzzelli di Bari, restituendo con lucidità interpretativa tutte le sfumature della scrittura giordaniana: la tensione rivoluzionaria, l’abbandono lirico, l’incandescenza melodica e quella capacità tutta verista di trasformare la parola in gesto teatrale. Accanto a lei, un cast di assoluto prestigio internazionale, con Jorge de León, Maria Agresta e Gabriele Viviani, ha dato vita a una lettura intensa e coinvolgente di uno dei capolavori del repertorio italiano.
Ma il successo della serata conclusiva è stato soprattutto il coronamento di un progetto culturale molto più ampio. Il GIO Festival, nato dall’intuizione della Camera di Commercio di Foggia e sviluppato attraverso una rete di istituzioni culturali, accademiche e artistiche del territorio, ha saputo proporre un percorso multidisciplinare che ha attraversato musica, danza, cinema, ricerca scientifica e divulgazione. Per oltre due settimane la Capitanata è diventata un laboratorio culturale diffuso, coinvolgendo Foggia, i Monti Dauni e il Gargano in una programmazione che ha restituito centralità alla figura di Giordano e al patrimonio che essa rappresenta.
Particolarmente significativo è stato il contributo dell’Università di Foggia, protagonista sia dell’attività scientifica dedicata agli studi giordaniani, realizzata in collaborazione con il Conservatorio “Umberto Giordano”, sia della sezione cinematografica attraverso il Cineclub Cinemafelix e la Fondazione Apulia Felix Onlus. Una scelta che ha ampliato la prospettiva tradizionalmente musicologica, mostrando come la figura del compositore possa ancora oggi generare riflessioni interdisciplinari e nuove occasioni di ricerca.
Merita un plauso particolare la direzione artistica affidata a Dino De Palma e Gianna Fratta. La loro visione ha saputo evitare il rischio della celebrazione rituale, costruendo invece un festival moderno, aperto, internazionale e profondamente radicato nel territorio.
Ugualmente significativo è stato il lavoro della cabina di regia coordinata da Carlo Dicesare, capace di mettere in rete alcune delle più importanti istituzioni culturali della provincia, dimostrando come la collaborazione tra enti, università, fondazioni, conservatori e organismi artistici possa produrre risultati di assoluta eccellenza.
Il GIO Festival ha contribuito a cambiare il racconto stesso della città. Ha mostrato una Foggia capace di fare sistema, di attrarre produzioni di altissimo livello, di valorizzare il proprio patrimonio culturale senza complessi di inferiorità e senza provincialismi.
Molto resta ancora da scoprire dell’universo artistico di Giordano. Il festival stesso, con la riscoperta di opere rare come Marina e con il recupero di titoli meno frequentati, ha indicato una strada che merita di essere ulteriormente percorsa.
Se questa prima edizione ha rappresentato l’inizio di un percorso, il futuro appare ricco di prospettive. Il finale è stato da brividi, degno di un festival magnifico e di un compositore eccelso. Non resta che attendere il 2028.
Tanto ancora si può migliorare. E la cadenza biennale potrà aprire queste opportunità. I festival lirici in tutta Italia ad esempio non sono mai dei pacchetti precostituiti come è stato il GIO per assenza di tempo organizzativo, ma bandiscono concorsi per ogni ruolo sul palco. Dai figuranti ai coristi, aprendo così la città a giovani artisti di tutto il mondo.
Dopo due mesi così ricchi di cultura ed eventi, dal Festival del Nerd a Monde passando per La città che vorrei per finire con la magnificenza di Giordano, è arrivato forse il tempo per l’amministrazione Episcopo, che torna compatta ufficialmente dopo mesi di balletti, lunedì sui banchi, di dedicare lo stesso tempo, le stesse energie e la stessa attenzione alla crisi comatosa del commercio, al welfare, alla sicurezza, alla monnezza traboccante ovunque e alla sporcizia indicibile per strada. In ogni strada, comprese quelle dei red carpet.
I non paganti meritano di vivere in una città normale, all’altezza delle star che ospita.









