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Home - Mafia foggiana, spari e Patek. La paura delle vittime di denunciare: “Sono già stato sotto scorta”

Mafia foggiana, spari e Patek. La paura delle vittime di denunciare: “Sono già stato sotto scorta”

Timore di ritorsioni e omertà dietro il colpo da oltre 160mila euro. Le versione contrastanti della rapina in via Lucera a Foggia durante una compravendita di vino

Di Francesco Pesante
5 Aprile 2026
in Foggia, Inchieste
Daniele Barbaro; l'arrivo della vittima in ospedale a Foggia dopo la gambizzazione; sullo sfondo, via Lucera

Daniele Barbaro; l'arrivo della vittima in ospedale a Foggia dopo la gambizzazione; sullo sfondo, via Lucera

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Una rapina, il silenzio delle vittime, il tentativo di recuperare il bottino attraverso la criminalità e, infine, la gambizzazione. È il quadro che emerge dalle carte dell’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Bari, che ha portato al fermo di quattro foggiani – Daniele Barbaro, Ciro Spinelli, Luca Pompilio e Giuseppe Bruno – accusati a vario titolo di tentata estorsione, lesioni e armi con l’aggravante del metodo mafioso.

La rapina in via Lucera: “Io non gli davo nulla”

Il 14 marzo, nel pomeriggio, tre uomini si incontrano in via Lucera, a Foggia, nei pressi di un distributore. L’appuntamento è per la consegna di vino, ma in pochi minuti si trasforma in una rapina.

A raccontarlo è uno dei presenti: “Mentre stavamo in macchina e parlavamo giungeva uno scooter… il passeggero aveva una maschera in lattice, occhiali e casco… impugnava una pistola… ci intimavano sotto la minaccia dell’arma a consegnare quello che avevamo”.

La sua versione è netta: “Io non gli davo nulla, invece… rubavano un orologio modello Submariner del valore di circa 10.000 euro”.

Il Patek Philippe da 150mila euro sparito

Una ricostruzione però smentita da un altro testimone, che si trovava nella stessa auto e che descrive una scena molto diversa.

“Mi ha mostrato due orologi marca Patek Philippe… uno da 150mila e uno da 75mila euro. Mentre me li mostrava… ho visto una persona entrare in macchina… e impossessarsi dell’orologio che stavo provando”.

Non solo. “Si impossessava anche dell’orologio… un Rolex Submariner del valore di 10-15mila euro”.

Il bottino, quindi, secondo questa versione supera abbondantemente i 150mila euro. Durante l’azione, aggiunge, “ho sentito distintamente sparare un colpo”, mentre uno dei presenti veniva trascinato fuori dall’auto.

“Non ho denunciato, avevo paura”

Entrambe le testimonianze convergono su un punto: la scelta di non denunciare.

“Non ho denunciato l’accaduto perché non mi hanno preso niente ed anche perché, vista la situazione di Foggia, temevo che mi facevano qualcosa in futuro”, mette a verbale uno dei protagonisti.

Ancora più esplicito l’altro testimone: “Non ho denunciato perché ho avuto paura di finire di nuovo sotto scorta… ero stanco di quella vita”, con riferimento anche ad un suo familiare attualmente sotto protezione poiché vittima del racket.

Un silenzio che, secondo gli investigatori, ha complicato le indagini e conferma il clima di intimidazione diffuso.

Il ricorso alla mafia foggiana

È proprio la mancata denuncia a innescare la fase successiva. Secondo l’accusa, per recuperare il Patek Philippe da 150mila euro viene attivata una rete criminale, con il coinvolgimento della mafia foggiana.

In questo contesto entra in scena il 35enne Daniele Barbaro, aspirante boss, affiliato fin da giovanissimo al clan Sinesi-Francavilla, che avrebbe chiesto tra i 50 e gli 80mila euro per la restituzione dell’orologio, sospettando che uno dei presenti avesse orchestrato la rapina.

Le pressioni diventano sempre più forti, fino alla decisione di punire chi non collabora.

La gambizzazione e le intercettazioni

Poche ore dopo la rapina, uno dei coinvolti viene gambizzato da Spinelli su ordine di Barbaro che seguiva tutto in videochiamata. In ospedale racconta di essere stato colpito da uno sconosciuto, ma le intercettazioni ricostruiscono un’altra verità: l’agguato sarebbe stato ordinato come ritorsione.

Un’escalation che porta agli arresti di Barbaro, ampiamente noto agli inquirenti, Spinelli alias “il marsigliese”, già con una condanna definitiva per il tentato omicidio del boss Vito Lanza, Pompilio (ex attaccante del Foggia) e dell’appena 18enne Bruno, ritenuti parte di un sistema che utilizza violenza e intimidazione per gestire affari e recuperi illegali.

Il nodo delle vittime che non parlano

L’inchiesta restituisce uno spaccato ormai noto agli investigatori: prima ancora di individuare i responsabili, bisogna “trovare” le vittime e convincerle a raccontare.

Versioni contrastanti, reticenze e paura rendono il lavoro degli inquirenti ancora più complesso, mentre il ricorso alla criminalità per risolvere vicende private alimenta ulteriormente il potere delle organizzazioni.

Un meccanismo che continua a ripetersi e che, ancora una volta, emerge con forza dalle carte giudiziarie.

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Tags: cronacaDaniele BarbaroDdaFoggiagambizzazioneindaginemafiaorologi di lussoRapina
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