Il volto più crudo di Daniele Barbaro, uno dei nomi di peso della criminalità foggiana, cresciuto dentro le regole della “Società” fin da giovanissimo, emerge nelle intercettazioni dell’inchiesta su “mafia e Patek”.
Un percorso segnato dalla violenza e dalla detenzione: 35 anni compiuti da poco, di cui 19 trascorsi tra carceri minorili, penitenziari e arresti domiciliari. Una vita quasi interamente vissuta dietro le sbarre.
Il “baby affiliato” e il blitz Big Bang
La sua storia criminale inizia prestissimo. A 16 anni è già considerato il primo baby affiliato della “Società Foggiana” nelle fila del clan Sinesi-Francavilla, inizialmente ragazzo di fiducia di Francesco Sinesi, figlio del boss Roberto, poi sotto l’ala di Giuseppe Francavilla detto “Pino capellone”, che oggi è collaboratore di giustizia. Nel 2008, ancora minorenne, viene intercettato mentre parla con altri ragazzi di estorsioni e affari illeciti.
Conversazioni che diventano prove nell’inchiesta “Big Bang”, scattata nel gennaio 2009, legata all’agguato del 2007 contro Vincenzo Antonio Pellegrino detto “Capantica”, tra i vertici del clan Moretti, braccio destro del “mammasantissima” Rocco Moretti.
Barbaro viene accusato di aver accompagnato il killer. Condannato inizialmente a 11 anni, otterrà poi la revisione e l’assoluzione per il tentato omicidio, ma resta il segno di un ingresso precoce nella criminalità organizzata.
La regola del silenzio e la sfida allo Stato
Dal carcere, nel 2009, scrive una lettera per smentire voci su una possibile collaborazione con la giustizia: “anche con l’ergastolo a vita Daniele Barbaro non si pente”.
Una dichiarazione che fotografa la scelta di campo: fedeltà al codice mafioso e rifiuto di qualsiasi collaborazione.
La vendetta per lo zio e le nuove accuse
Nel 2022, mentre è detenuto a Saluzzo, apprende dell’omicidio dello zio Alessandro Scrocco, ucciso davanti al carcere di Foggia mentre rientrava la sera durante il periodo di semilibertà. Le intercettazioni restituiscono parole cariche di odio e vendetta.
“Io a mio zio lo devo vendicare a tutti i costi… devono morire”, dice al telefono.
Scarcerato nel marzo 2023, viene arrestato dopo appena 48 ore per armi. Forse stava preparando una vendetta. Seguiranno altre condanne e i domiciliari, prima a Foggia e poi a Campomarino.
L’estorsione e la gambizzazione
È proprio dai domiciliari che, secondo l’accusa, organizza un tentativo di estorsione legato al recupero di un orologio di lusso “Patek Philippe” da 160mila euro.
Le intercettazioni raccontano ancora una volta il metodo: minacce, intimidazioni e violenza. Un commerciante foggiano viene convocato e, dopo aver negato ogni coinvolgimento, viene gambizzato.
“Se non ce lo dai ti faccio azzoppare… devi cacciare i soldi”, dice Barbaro durante una videochiamata.
Non solo. Nei dialoghi emerge anche l’intenzione di colpire familiari e presunti traditori, con minacce esplicite di morte e l’idea di usare armi da guerra. “Compro i kalashnikov, al mercenario devono fare i funerali con la bara chiusa”, diceva in videochiamata ad alcuni alleati detenuti in carcere, ma che utilizzavano tranquillamente i cellulari, con riferimento a Ivan Narciso, sospettato di essersi messo in mezzo alla storia del Patek.
Spuntano anche i contatti di Barbaro con Pasquale Saracino detto “Lino u’ Nerg”, 52 anni, uno dei nomi più noti della criminalità organizzata cerignolana, boss degli assalti ai blindati e dei colpi ai caveau. Ci sarebbe proprio un asse Foggia-Cerignola attivo nel business degli orologi di lusso. Per la vicenda del Patek Philippe, Barbaro avrebbe intrattenuto rapporti con Luigi Matteo Saracino, 32enne figlio di Pasquale, anche lui ben noto agli inquirenti.
Un’escalation continua e la “squadretta per prendere Foggia”
Il 25 marzo scorso Barbaro torna in carcere insieme ad altri indagati. Le accuse si sommano a una lunga lista che racconta un’escalation criminale mai interrotta.
Dalle estorsioni giovanili alle armi, dallo spaccio alle violenze, fino alle ultime vicende legate alla gambizzazione. Il pentito Giuseppe Francavilla, un tempo tra i riferimenti del clan per Barbaro, ha raccontato l’intento di “una squadretta” di “prendersi Foggia”. Un gruppo di pregiudicati tra i 30 e i 40 anni desideroso di colmare il presunto vuoto di potere lasciato dai grandi capi, in cella da anni al 41 bis: su tutti Rocco Moretti, il figlio Pasquale, Roberto Sinesi e il figlio Francesco.
Nella squadra di Barbaro ci sarebbero stati, con molta probabilità, Raffaele Palumbo detto “Lelluccio”, il fratello Benito Palumbo, Ciro Spinelli alias “il marsigliese” e l’appena 18enne Giuseppe Bruno, questi ultimi due tra gli arrestati per la storia del Patek insieme all’ex calciatore del Foggia, Luca Pompilio e allo stesso Barbaro. Poi probabilmente i fratelli Frascolla che già in passato avrebbero provato la scissione dal clan Sinesi-Francavilla. Inoltre, le carte dell’inchiesta sull’orologio documentano contatti di Barbaro e videochiamate con i carcerati Biagio Scaringi e Luigi Biscotti arrestati il 13 marzo scorso a Vieste dopo un inseguimento in Foresta Umbra. I due erano in possesso di oltre 5 chili di droga.
Il ritratto che emerge
Le intercettazioni, ancora una volta, restituiscono un linguaggio diretto, violento, privo di filtri. Un racconto che, secondo gli inquirenti, rappresenta non solo singoli episodi ma un vero e proprio modello criminale.
Una vita segnata da scelte radicali, dove il carcere non è mai stato una pausa, ma parte integrante del percorso.
E forse è proprio lì, nelle parole captate dalle “cimici”, che si trova la chiave per capire davvero chi è Daniele Barbaro.









