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Home - Il potere silenzioso di Dino Miucci: così il fratello del boss avrebbe mosso i fili del clan

Il potere silenzioso di Dino Miucci: così il fratello del boss avrebbe mosso i fili del clan

Nel processo “Mari e Monti” il pentito Marco Raduano descrive l’uomo degli appalti dei montanari Li Bergolis-Miucci, figura chiave dietro le quinte dell’organizzazione

Di Francesco Pesante
12 Marzo 2026
in Cronaca, Gargano
Dino Miucci

Dino Miucci

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È entrato nel vivo con la deposizione del collaboratore di giustizia Marco Raduano il processo “Mari e Monti” che si sta celebrando con rito ordinario davanti al Tribunale di Foggia. L’ex boss di Vieste, oggi pentito, è stato sentito in aula nel procedimento che vede otto imputati, tra cui Leonardo Miucci, detto “Dino”, 47 anni, fratello maggiore di Enzo “U’ Criatur” Miucci, reggente del clan dei montanari Li Bergolis-Miucci. Altri 42 imputati, tra cui lo stesso Enzo Miucci, hanno invece scelto il rito abbreviato, in primavera la sentenza.

Il ruolo di Dino Miucci nel clan

Secondo gli inquirenti, pur essendo il fratello Enzo Miucci, 43 anni, il capo dell’organizzazione, Dino Miucci rappresenterebbe una figura di grande influenza all’interno del sodalizio criminale, soprattutto sul territorio di Manfredonia. In alcune ricostruzioni investigative è indicato come uno dei personaggi apicali del clan, storicamente tra i più potenti e temuti della mafia garganica, egemone tra Manfredonia, Monte Sant’Angelo e il Gargano nord, con particolare riferimento a Vieste e diramazioni oltre i confini regionali.

I due fratelli appartengono alla famiglia legata al patriarca del clan Francesco Li Bergolis, detto “Ciccillo”, loro zio, ucciso a fucilate nel 2009. Li Bergolis aveva sposato una Miucci, sorella di Antonio Miucci, padre dei due fratelli.

“L’uomo degli appalti”

Nell’ordinanza cautelare del blitz “Mari e Monti” la figura di Dino Miucci viene descritta come quella dell’uomo incaricato di gestire le infiltrazioni del clan nel settore degli appalti. Secondo la giudice per le indagini preliminari, si tratterebbe di un soggetto con un ruolo stabile e di rilievo all’interno dell’organizzazione.

Le carte giudiziarie riportano anche episodi emersi in altre indagini, come nel procedimento “Omnia Nostra”, in cui Miucci avrebbe cercato informazioni sul tentato omicidio di Giovanni Caterino, basista della strage di San Marco in Lamis del 9 agosto 2017. Il timore reverenziale mostrato nei suoi confronti da altri esponenti criminali, secondo l’accusa, dimostrerebbe il suo peso all’interno del clan. Per Caterino era una sorta di “santo”, un “guru”, mentre Enzo sarebbe stato il suo “maestro”.

Diversi collaboratori di giustizia lo indicano come “l’uomo degli appalti” dei montanari. Secondo le dichiarazioni raccolte dagli investigatori, avrebbe avuto il controllo di numerosi cantieri nel settore dell’edilizia e sarebbe stato coinvolto in episodi di estorsione ai danni di imprese locali, imponendo assunzioni e chiedendo il pagamento del pizzo.

Dino Miucci arrivò persino a querelare l’Immediato quando anni fa scrisse del suo presunto ruolo all’interno delle dinamiche criminali garganiche, denuncia subito archiviata. “Fantasie e mere illazioni”, disse.

Una figura defilata ma centrale

Gli investigatori descrivono Dino Miucci come una figura defilata ma strategica, tenuta volutamente lontana dai riflettori anche per decisione del fratello Enzo. Secondo quanto riferito dallo stesso Marco Raduano agli inquirenti, il boss avrebbe preferito mantenerlo poco esposto “per non farlo conoscere a troppi soggetti”, pur restando pienamente informato sugli affari del gruppo e partecipando ai summit del clan.

L’attentato del 2019

Nel corso degli anni il nome di Dino Miucci è emerso anche in episodi di tensione interna alla criminalità garganica. Nel novembre 2019, ad esempio, qualcuno avrebbe tentato di eliminarlo, forse come risposta all’omicidio di Pasquale “Fic secc” Ricucci, un tempo alleato dei montanari e poi passato nel clan rivale Lombardi-Ricucci-La Torre, oggi Lombardi-Scirpoli-La Torre. Miucci sfuggì all’agguato mentre si trovava in auto nella zona industriale di Manfredonia.

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