Lo screening per il tumore alla prostata continua a dimostrarsi uno strumento fondamentale per ridurre la mortalità e, grazie alle nuove tecnologie e ai modelli di valutazione del rischio, può diventare sempre più mirato ed efficace. È quanto emerge da una serie di studi scientifici presentati a livello internazionale e illustrati anche dal ricercatore Ugo Falagario dell’Università di Foggia.
I risultati indicano che lo screening sta evolvendo verso modelli più personalizzati, capaci di salvare vite riducendo al tempo stesso il numero di esami e procedure non necessarie.
Screening sempre più mirati
Tra le novità più rilevanti c’è lo studio internazionale TRANSFORM, che testerà programmi di screening su larga scala basati su risonanze magnetiche rapide, della durata di circa dieci minuti.
L’obiettivo è migliorare l’individuazione precoce del tumore alla prostata, evitando però esami inutili per i pazienti a basso rischio. In questa direzione va anche la cosiddetta stratificazione del rischio, che consente di selezionare meglio i soggetti che necessitano di ulteriori accertamenti.
Secondo i dati preliminari dello studio PRAISE-U, l’utilizzo di modelli di valutazione del rischio insieme al test PSA può ridurre dal 40 al 60 per cento il numero di risonanze magnetiche necessarie.
Nuovi test per ridurre risonanze e biopsie
Un ulteriore passo avanti arriva dal test ematico Stockholm3, che combina biomarcatori proteici e genetici con informazioni cliniche. In uno studio condotto in Svezia su oltre 13.000 uomini tra i 50 e i 52 anni, l’utilizzo del test prima della risonanza magnetica nei pazienti con PSA pari o superiore a 2 ng/ml ha consentito di ridurre del 67 per centoil numero di risonanze e del 40 per cento le biopsie necessarie.
Secondo gli esperti, questi risultati dimostrano come l’innovazione scientifica possa rendere i programmi di screening più efficienti, indirizzando gli accertamenti solo verso i pazienti con maggiore probabilità di sviluppare la malattia.
Basso l’impatto psicologico degli esami
Gli studi hanno analizzato anche l’impatto psicologico dello screening. In una ricerca condotta su 692 uomini con PSA elevato, circa il 26 per cento ha riferito preoccupazione prima della biopsia, ma i casi di ansia moderata o grave sono risultati rari, interessando tra il 3,8 e il 4,8 per cento dei partecipanti.
Secondo gli esperti, è normale provare apprensione dopo un risultato elevato del PSA, ma i dati indicano che il rischio di effetti psicologici rilevanti nei moderni programmi di screening resta molto basso.
Nel complesso, i risultati della ricerca indicano che la prevenzione del tumore alla prostata sta andando verso un modello sempre più personalizzato, capace di migliorare la diagnosi precoce e allo stesso tempo limitare procedure diagnostiche non necessarie.









