“A fronte di richieste chiaramente orientate ad ottenere suggerimenti su modalità di diffamazione, di elusione delle indagini o di commissione di condotte penalmente rilevanti, la AI ha ripetutamente opposto un rifiuto motivato, richiamando l’illiceità delle condotte prospettate, il danno arrecabile alle persone e l’impossibilità di fornire assistenza in tal senso”. Lo spiega l’avvocato Fabio Verile, legale della studentessa vittima di atti persecutori da parte di un coetaneo, arrestato questa mattina dagli agenti della squadra mobile di Foggia e posto ai domiciliari. L’indagato, secondo l’accusa, avrebbe fatto ricorso all’intelligenza artificiale per sapere quali frasi utilizzare, a corredo delle foto modificate, per arrecare maggiore danno alla ragazza.
“Questo dato – dice il legale – merita di essere sottolineato perché contrasta con una narrazione semplificata, e spesso allarmistica, dell’intelligenza artificiale come strumento neutro o automaticamente complice dell’utente. In più passaggi, la Ai ha suggerito alternative lecite e, per ottenere le informazioni desiderate, l’utente ha progressivamente modificato il contesto dichiarato delle richieste, presentandole come esigenze di carattere creativo, letterario o meramente ipotetico. Solo a seguito di tale travestimento narrativo, l’intelligenza artificiale ha iniziato a fornire risposte più articolate”.
Il legale evidenzia che “sotto il profilo giuridico, questo passaggio è centrale. Esso dimostra che la Ai non agisce come soggetto autonomo dotato di volontà o finalità proprie, ma come sistema reattivo, la cui operatività dipende in modo determinante dal contesto semantico e intenzionale fornito dall’utente. La responsabilità della condotta non si trasferisce né si attenua per il solo fatto di aver interagito con un algoritmo: al contrario, emerge con chiarezza la piena consapevolezza dell’agente umano, che ha dovuto insistere, riformulare, simulare e aggirare le barriere etiche e funzionali del sistema”. (Ansa)









