Foggia è tornata a interrogarsi sul lavoro sfruttato, uno dei fenomeni più radicati e complessi del territorio, con un convegno che ha riunito magistrati, avvocati e accademici. L’incontro ha posto l’attenzione non solo sul caporalato in senso stretto, ma anche sulle forme più diffuse e meno visibili di sfruttamento, partendo dalla linea di ricerca coordinata dalla Madia D’Onghia dell’Università di Foggia. Un momento di confronto che ha messo in evidenza la necessità di un cambio di passo, capace di agire prima che le situazioni degenerino fino a diventare materia esclusiva della giustizia penale.
Infante: “Il penale è una clava troppo pesante”
Nel suo intervento, il procuratore capo di Foggia Enrico Infante, da poco insediato, ha offerto una lettura netta del problema. Il lavoro sfruttato, ha spiegato, rappresenta un caso emblematico di un fenomeno più ampio che si ripete costantemente. “La patologia dello sfruttamento arriva agli uffici giudiziari quando un fenomeno, non risolto a livello sociale, degenera e si incancrenisce”, ha sottolineato. In questo contesto, il sistema penale appare “una clava troppo pesante, troppo tagliente e strutturalmente incapace” di rispondere in modo efficace alla domanda di giustizia, soprattutto quando falliscono le cosiddette barriere pre-penalistiche.
Il richiamo della commissione parlamentare sul caporalato
Infante ha richiamato anche l’ennesimo sollecito arrivato alla Procura di Foggia dalla commissione parlamentare sul fenomeno del caporalato, che ha chiesto chiarimenti sulle azioni e sulle linee di contrasto adottate. Un segnale, secondo il procuratore, di come il problema continui a non essere affrontato e risolto nel suo livello originario, generando difficoltà che la sola risposta giudiziaria non riesce a contenere. Da qui il valore del convegno, visto come un’occasione per individuare soluzioni già nella fase in cui il fenomeno nasce.
Dallo sfruttamento “classico” alle nuove forme invisibili
Durante il confronto sono emersi esempi concreti di sfruttamento quotidiano, spesso normalizzati. Tra questi, il caso del part-time formale che in realtà nasconde turni di dodici ore, dalle nove del mattino alle nove di sera, una pratica diffusa che sfugge facilmente ai controlli e che raramente arriva all’attenzione dell’autorità giudiziaria se non in situazioni estreme. È proprio su questi confini grigi che, secondo i relatori, si gioca la partita più difficile.
Il ruolo della politica e il contributo della ricerca
Dal dibattito è emersa con forza la necessità di un intervento strutturale che non può che arrivare dalla politica. Le policy elaborate dalla professoressa Madia D’Onghia sono state indicate come un riferimento fondamentale per costruire risposte sistemiche. Non basta, è stato ribadito, intervenire solo quando il fenomeno diventa patologico. Occorre invece creare un contesto “fisiologico”, capace di prevenire lo sfruttamento e di rendere effettivi i diritti sanciti dalla legge e dalla Costituzione.
Un convegno nel segno della memoria e della sinergia
L’iniziativa, organizzata anche con il patrocinio dell’Associazione Italiana Diritto del Lavoro e Sicurezza Sociale, è stata dedicata alla memoria della professoressa Monica McBritton, studiosa che ha dato un contributo rilevante ai temi dell’emarginazione e del lavoro sfruttato. Il convegno ha infine ribadito l’importanza della sinergia tra magistratura e avvocatura, chiamate a superare le difficoltà gestionali per interpretare e valorizzare il senso profondo delle norme. Un passaggio necessario per affrontare uno dei nodi più delicati del lavoro contemporaneo, soprattutto in territori come la Capitanata.









