Non esercitò alcuna pressione per farsi consegnare 20mila euro dalla cooperativa “San Giovanni di Dio” e il suo mancato voto in Consiglio comunale non ebbe alcun collegamento con l’accusa contestata. È questa la linea difensiva ribadita ieri da Leonardo Iaccarino, ex presidente del Consiglio comunale di Foggia, che ha reso dichiarazioni spontanee nel processo in corso al Tribunale di Foggia sulle presunte tangenti al Comune.
Secondo Iaccarino, l’uscita dall’aula al momento del voto sul riconoscimento del debito fuori bilancio dei crediti vantati dalla cooperativa non fu una scelta strumentale, ma la conseguenza politica della sua sfiducia da presidente del Consiglio e del passaggio dalla maggioranza di centrodestra all’opposizione. “Seguii l’esempio della minoranza che abbandonò la seduta”, ha spiegato, respingendo l’ipotesi che il non voto fosse collegato a una richiesta di denaro.
Le accuse e il ruolo nel processo
Il procedimento, aperto nel marzo 2023, vede 14 imputati tra ex amministratori e consiglieri comunali, funzionari e dipendenti del Comune, imprenditori, commercianti, privati cittadini e una società edile. I reati contestati, a vario titolo, sono tentata concussione, due episodi di corruzione, tentata induzione indebita a dare o promettere utilità e peculato.
Iaccarino è considerato uno dei principali imputati insieme all’ex sindaco Franco Landella. La sua posizione è particolarmente complessa: da un lato accusatore di Landella, dall’altro imputato con il maggior numero di contestazioni, tra cui due corruzioni (una ammessa), il tentativo di induzione indebita per i 20mila euro e undici episodi di peculato e tentato peculato legati a spese private addebitate all’ufficio di presidenza.
I testimoni e gli acquisti contestati
Nel corso dell’udienza sono stati ascoltati anche alcuni testimoni chiave, tra cui il titolare di una libreria e un dipendente di un negozio di cancelleria, sentiti dal pubblico ministero e dai difensori di Iaccarino.
Il dipendente del negozio di cancelleria ha sostanzialmente confermato quanto già dichiarato alla polizia il 15 giugno 2021, raccontando che Iaccarino acquistava diversi articoli – dalla plastificatrice alle borse per notebook, fino a penne regalo e carte da canasta – senza pagarli al momento. “Mi diceva di segnare e di fatturare come ‘toner’ per consentire il rimborso”, ha riferito, spiegando che, data la carica ricoperta, nessuno aveva dubbi sulla correttezza dell’operazione.
Il titolare della libreria ha invece ricostruito gli acquisti di libri scolastici, della collana completa di Harry Potter e di un volume del giudice Palamara. Anche in questo caso, secondo il teste, il pagamento non avvenne subito e l’imputato invitò il commerciante a rivolgersi all’ufficio economato, che però negò la legittimità della procedura. Il libraio ha precisato di non aver mai addebitato quelle spese al Comune e che, a distanza di circa un anno, fu il padre di Iaccarino a saldare il conto dei libri di Harry Potter. La difesa ha depositato la ricevuta del pagamento.
Le dichiarazioni spontanee
Nel suo intervento, Iaccarino ha affrontato anche il tema dei peculati contestati, parlando dei rapporti conflittuali con il dirigente dell’economato, già sentito nella precedente udienza. L’ex presidente del Consiglio ha sostenuto che al suo ufficio di presidenza sarebbero state addebitate spese mai sostenute personalmente, ribadendo la propria estraneità a utilizzi indebiti di fondi pubblici.
L’inchiesta, divenuta di dominio pubblico nella primavera del 2021, portò all’arresto di Iaccarino il 30 aprile di quell’anno con accuse di corruzione, tentata induzione indebita e peculato. Il processo prosegue ora con l’esame delle prove e delle testimonianze, mentre resta centrale la posizione dell’ex presidente del Consiglio comunale nel quadro giudiziario che ha segnato profondamente la vita politica del capoluogo dauno.











