Dottoressa Di Miscio, quest’anno la radiologia compie 130 anni. Da dove parte questa storia?
Parte da un’immagine che sembra uscita da un romanzo. L’8 novembre 1895 Wilhelm Conrad Röntgen scopre per caso una nuova radiazione, la chiama “X” e per testarla fotografa la mano di sua moglie. Su quella lastra si vedono le ossa, ma soprattutto la fede nuziale. È un simbolo perfetto: la scienza che incontra la vita. Da lì è iniziato tutto.
Com’è cambiata la radiologia da allora?
In modo straordinario. Siamo passati dalle pellicole in bianco e nero alle immagini digitali ad altissima definizione e dai soli raggi X a tecnologie completamente diverse: ultrasuoni per l’ecografia, campi magnetici per la risonanza, radiazioni sofisticate per TAC e angiografie. Oggi possiamo osservare il corpo umano con una precisione che i pionieri di fine Ottocento non avrebbero mai immaginato.
Quanto è centrale oggi questa disciplina nella medicina moderna?
Moltissimo. In Italia si eseguono circa 70 milioni di esami radiologici l’anno. Significa che praticamente ogni paziente, in ogni percorso di cura, incontra la radiologia. Le nostre immagini aiutano a formulare diagnosi, guidano terapie personalizzate, valutano la risposta ai trattamenti e orientano le decisioni chirurgiche. Siamo presenti in quasi tutte le aree cliniche.
Il ruolo del radiologo è cambiato rispetto al passato?
Direi completamente. Un tempo eravamo percepiti come semplici “lettori di lastre”. Oggi il radiologo è un medico clinico a tutti gli effetti. Oltre a refertare gli esami, si confronta con altri specialisti per valutare le condizioni dei pazienti, partecipa a riunioni multidisciplinari, dialoga con oncologi, chirurghi, internisti, neurologi. È parte integrante della strategia diagnostico-terapeutica. E c’è di più: con la radiologia interventistica eseguiamo procedure mini-invasive guidate dalle immagini, trattamenti risolutivi e prelievi bioptici da inviare all’anatomia patologica.
Ci fa un esempio concreto?
Possiamo effettuare prelievi bioptici mirati per lesioni sospette della mammella. Possiamo fermare un’emorragia senza aprire l’addome, trattare alcune lesioni tumorali con tecniche ablative, liberare arterie o chiudere vasi malformati. Sono interventi che riducono rischi, dolore e tempi di recupero. Una frontiera affascinante e in rapida crescita.
Uno dei temi più discussi oggi è quello dell’appropriatezza prescrittiva. Perché è così importante?
Perché la tecnologia è potente, ma non infinita. A volte gli esami vengono richiesti “per prudenza”, ma ogni indagine inutile sottrae tempo e risorse a chi ne ha davvero bisogno. Il nostro compito è aiutare i colleghi a scegliere l’esame giusto per il paziente giusto e spiegare ai pazienti perché, per una valutazione corretta, è sempre bene rivolgersi al medico curante e allo specialista.
L’intelligenza artificiale sta cambiando anche la radiologia?
Molto. L’IA migliora la qualità delle immagini, riduce le dosi di radiazioni, ottimizza i flussi di lavoro. È nata anche la radiomica, che estrae dalle immagini enormi quantità di dati utili, soprattutto in oncologia. Aiuta a comprendere il comportamento dei tumori e a personalizzare le terapie. Ma l’intelligenza artificiale non sostituirà mai il radiologo: può supportare, non decidere.
In un reparto di radiologia lavora una vera e propria squadra. Quanto è importante questo aspetto?
È fondamentale. Accanto al medico radiologo ci sono figure insostituibili: il fisico medico, che controlla qualità e sicurezza delle apparecchiature; il tecnico radiologo, che esegue gli esami con grande competenza; gli infermieri specializzati, abituati a gestire mezzi di contrasto e dispositivi particolari. Quando la squadra è stabile e ben formata, il reparto funziona meglio e il paziente riceve un’assistenza più sicura e più umana. È altrettanto essenziale che le apparecchiature siano di nuova generazione e sottoposte a manutenzioni frequenti, perché ogni macchina deve essere sempre perfettamente efficiente.
Se dovesse riassumere l’essenza della radiologia in una frase?
Cercare attentamente con la speranza di non trovare niente.










