L’archiviazione dell’indagine sugli appalti Ataf arriva a sette anni dai fatti e quando Massimino Di Donna, uno degli indagati, non è più in vita. La figlia Michaela Di Donna ha affidato ai social un lungo messaggio per commentare la decisione del gip, che ha accolto la richiesta della procura e ha stabilito che “il fatto non sussiste”.
L’inchiesta del 2018 sugli appalti: turbativa e abuso d’ufficio le accuse iniziali
Secondo l’impianto accusatorio ricostruito da “La Gazzetta del Mezzogiorno”, nel 2018 la procura ipotizzò irregolarità nella gestione di tre appalti dell’Ataf, l’azienda di trasporto pubblico di Foggia. Gli indagati erano otto: imprenditori, tecnici e professionisti legati, a vario titolo, alle procedure contestate.
Le accuse riguardavano, in particolare, ipotesi di turbativa d’asta, abuso d’ufficio e indebita ingerenza nelle gare. Nel 2019 venne richiesto il rinvio a giudizio, poi ridotto a sette imputati. La vicenda proseguì tra archiviazioni parziali, ricorsi e successive valutazioni dei giudici, fino alla decisione del gip Carlo Protano, che ha accolto integralmente la richiesta della procura, dichiarando insussistenti gli elementi del reato.
Il calvario iniziato nel 2018 e il crollo della salute
Nel suo racconto, Michaela ripercorre il momento in cui tutto è iniziato: la perquisizione all’alba nella loro casa, lo smarrimento, la dignità con cui il padre affrontò l’accusa mentre combatteva contro un tumore ai polmoni diagnosticato poche settimane dopo. Ricorda la chemioterapia, il silenzio, la misura cautelare che gli impose il divieto di dimora a Foggia e il peggioramento delle sue condizioni fino alla comparsa di un secondo tumore allo stomaco.
A nulla servì il ricorso alla Cassazione: la vita di Di Donna si spense mentre l’inchiesta era ancora lontana dalla conclusione.
Una verità giudiziaria che non può più restituire nulla
“Avrei voluto leggerti allora queste quattro parole: ‘Il fatto non sussiste’”, scrive Michaela. “Avrei voluto dirti: ‘Papà, è finita.’ Ma oggi è tardi. Terribilmente tardi.” La figlia racconta il dolore di una verità arrivata quando ormai non può più dare sollievo, quando non può più restituire respiro né dignità a un uomo che ha affrontato tutto, fino alla fine, senza clamore.
“Leggo una sentenza che in poche righe archivia una vita che non c’è più. Una decisione che assolve ma non può più restituire… non può più restituirti a chi ti ha amato senza fine.”
Una ferita che resta aperta nella memoria della famiglia
Michaela Di Donna ricorda il padre come un uomo riservato, che ha lottato in silenzio mentre la malattia avanzava e l’inchiesta lo travolgeva. Oggi quell’indagine si chiude senza alcun addebito, ma per la famiglia resta una ferita che non può essere sanata da un provvedimento giudiziario.
L’archiviazione, come riportato da “La Gazzetta del Mezzogiorno”, pone fine a una vicenda durata anni. Non al dolore di chi, per troppo tempo, ha atteso una verità che non potrà più essere ascoltata dal diretto interessato.









