C’è un testimone nell’inchiesta sul femminicidio di Hayat Fatimi, la cuoca marocchina di 47 anni uccisa la notte del 7 agosto scorso davanti alla sua abitazione di vico Cibele, a Foggia. A colpirla con numerose coltellate, secondo gli investigatori, sarebbe stato l’ex compagno, Tariq El Mefeddel, connazionale di 46 anni, in Italia con regolare permesso di soggiorno, fermato a Roma la mattina successiva al delitto.
La richiesta del pm: incidente probatorio per “cristallizzare” la prova
Come riporta La Gazzetta del Mezzogiorno, il pubblico ministero Vincenzo Maria Bafundi ha chiesto al gip di procedere con l’incidente probatorio, indispensabile per “cristallizzare” la testimonianza prima del processo. L’obiettivo è ascoltare il testimone alla presenza dell’indagato e del suo difensore, l’avvocata Margherita Matrella, e procedere al riconoscimento fotografico e di persona del sospettato.
La notizia non è più coperta da segreto istruttorio, poiché il pm ha notificato la richiesta all’indagato e alla difesa.
Femminicidio premeditato e persecuzioni: le accuse a El Mefeddel
El Mefeddel è accusato di omicidio aggravato dalla premeditazione e dall’aver agito contro una vittima di stalking, reati che prevedono la pena dell’ergastolo. La relazione tra l’uomo e Hayat Fatimi si era interrotta ad agosto 2024, a causa della gelosia e dei comportamenti aggressivi del 46enne, che avrebbe iniziato a perseguitarla con pedinamenti, telefonate e messaggi minatori.
La donna, dopo essersi rivolta all’associazione Telefono Donna, aveva trovato il coraggio di denunciare. A fine luglio, il gip aveva aggravato la misura cautelare inizialmente disposta — il divieto di dimora a Foggia — ordinando il carcere per l’uomo, che però risultava già irreperibile. Dieci giorni dopo, durante la sua breve latitanza, avrebbe ucciso la ex compagna.
Fu rintracciato la mattina dell’8 agosto, circa dieci ore dopo il delitto, nei pressi della stazione di Roma, e fermato dai carabinieri.
La telefonata al 113 e la disperata richiesta d’aiuto
Tra le prove più significative a carico del sospettato c’è la telefonata al 113 effettuata dalla vittima poco prima di morire. Nella chiamata, Hayat chiede aiuto e parla chiaramente di un uomo che aveva denunciato e che aveva il divieto di avvicinarsi a lei: “Io ho la minaccia di uno, un ragazzo marocchino come me… lui non può entrare a Foggia ma viene lo stesso. Adesso sta correndo dietro di me, lui sta dietro di me, sta arrivando”, sono le ultime parole registrate prima delle urla e delle coltellate.
Quella voce disperata è diventata uno degli atti d’accusa principali contro El Mefeddel. Adesso, con la nuova testimonianza raccolta dalla polizia, il quadro investigativo potrebbe arricchirsi di ulteriori elementi.
Accertamenti sui telefoni di vittima e indagato
Il pm ha inoltre disposto accertamenti tecnici su tre telefoni cellulari: uno sequestrato all’indagato, gli altri due ritrovati vicino al corpo e nei pressi dell’abitazione della vittima. Un ingegnere informatico è stato incaricato di estrarre i file relativi alle conversazioni e ai contatti tra i due.
Trattandosi di accertamenti irripetibili, la Procura ha notificato l’avviso alla difesa e ai familiari di Hayat Fatimi — sorella e nipoti residenti in Marocco — per consentire la nomina di consulenti di parte. Il gip dovrà ora decidere sulla richiesta di incidente probatorio nei prossimi giorni.









