Una narrazione crudele che somiglia più a un copione da thriller che alla cronaca quotidiana: a Cerignola si è sviluppata nel tempo una scuola del crimine capace di trasformare furti e rapine in operazioni quasi industriali, esportando competenze e tecniche nell’intero Paese e oltre. Non sono più soltanto colpi isolati, ma una filiera criminale fatta di specializzazioni — dagli assalti ai portavalori alle trafugazioni di merci, dal riciclaggio alla compravendita di veicoli smontati — che ha reso il territorio un laboratorio di illegalità.
Mafia “carsica” e “magmatica”: una criminalità che si nasconde e si rigenera
La definizione di mafia carsica e magmatica appare calzante per descrivere un fenomeno che, pur avendo subìto colpi giudiziari pesanti — dal maxi-processo Cartagine degli anni Novanta alle successive indagini — non si è estinto. Al contrario, la criminalità locale si è riorganizzata, spezzettata in centri di competenza, e ha imparato a scomparire dalla ribalta pubblica per riemergere con modalità diverse e spesso più efficaci. Come evidenzia anche un approfondimento de La Gazzetta del Mezzogiorno, il confine tra mafia strutturata e gangsterismo è sempre più labile, e la capacità di adattamento è la vera forza della rete criminale.
Tecnica, logistica e violenza: la “catena di montaggio” delle rapine
I colpi descritti negli ultimi decenni rivelano una logistica sofisticata: barricare strade con mezzi incendiati, usare jammer per disturbare le comunicazioni, impiegare ruspe e gru per sventrare muri blindati, piazzare esplosivi per aprire i blindati. Quando serviva, la banda ha anticipato grandi spese per assicurarsi mezzi e attrezzature: furono centinaia di milioni di lire, si racconta, per organizzare un assalto che in un caso portò via miliardi. E quando l’operazione falliva, la violenza non esitava a esplodere: sparatorie con kalashnikov, vittime tra vigilantes e protagonisti della criminalità, conflitti a fuoco che hanno segnato le pagine più nere della cronaca.
Storie di sangue e di strada: vittime e protagonisti
Il racconto non risparmia nomi e volti: Angelo Lombardozzi, guardia giurata di 32 anni, fu colpito mortalmente da un proiettile durante un assalto del 1992; la scia di sangue prosegue con episodi più recenti come la morte di Giovanni Rinaldi alla vigilia di un tentato colpo e il ferimento del “vecchio” del mestiere Savino Costantino, coinvolto in un assalto sulla A/14. Sono storie che restituiscono il prezzo umano di un modello criminale che pretende professionalità e si prende vite.
Un giro d’Italia e oltre: quando il crimine diventa rete nazionale
La mala cerignolana non si è mai limitata ai confini locali: assalti a portavalori e caveau sono stati messi a segno lungo la Penisola — da Milano a Bologna, da Parma a Udine — e perfino oltre confine, sino a Chiasso. Le alleanze con criminalità locali e gruppi calabresi hanno permesso operazioni su vasta scala, coordinate come vere e proprie missioni paramilitari, con mezzi ed equipaggiamenti che non hanno nulla da invidiare a operazioni belliche su piccola scala.
Il nodo dell’impunità e la difficoltà delle indagini
Non è un caso se, nel corso degli ultimi vent’anni, i grandi blitz antimafia nella zona sono stati rari: la capacità di occultamento, la frammentazione delle complicità e la scelta strategica di evitare guerre aperte hanno contribuito a una sorta di intangibilità. Gli investigatori spesso faticano a delineare i confini tra organizzazione mafiosa e criminalità comune quando le reti diventano fluide e modulari. E mentre alcuni processi portano condanne importanti, altre vicende si chiudono con archiviazioni o sentenze complesse che non restituiscono piena contabilità della stagione criminale.
La memoria di chi ha vissuto quegli anni — tra orrore, ammirazione e disperazione — resta un monito: dietro l’apparente ordine delle azioni c’è una cultura del crimine che si trasmette, si insegna e, cruelty of cruel irony, si porta avanti come mestiere. Un mestiere che, come emerge dai racconti raccolti, passa anche di padre in figlio, tra lezioni pratiche, coperture e la consapevolezza del rischio mortale insito in ogni colpo.
La sfida per le forze dell’ordine e per la società civile è dunque duplice: contrastare operazioni criminali che oggi hanno valenze tecniche e logistiche avanzate, e allo stesso tempo demolire quel consenso sociale che rende possibile il radicamento di reti criminali capaci di reinventarsi. Per farlo servono indagini costanti, politiche di controllo economico sui proventi illeciti e percorsi di riaffermazione della legalità nel tessuto sociale e produttivo del territorio.










