A fine settembre dovrebbe essere presentato a San Severo il progetto ormai ultimato, “Il mosaico di San Severo, progetto sperimentale per l’inclusione socio-lavorativa: Ex-Macello comunale”, per contrastare il diffuso fenomeno dello sfruttamento lavorativo e del caporalato, che intende realizzare, attraverso il recupero del manufatto storico dell’ex-mattatoio comunale oggetto dell’intervento, una serie di attività tra loro connesse.
Anzitutto rispondere all’emergenza abitativa con la realizzazione di alloggi in co-housing temporanei che consentano il graduale reinserimento in soluzioni abitative autonome del soggetto o del nucleo familiare con la presenza di una equipe multidisciplinare per la presa in carico dei singoli o del nucleo familiare che accompagnino ai percorsi di inclusione sociale e di inserimento lavorativo. In un secondo tempo ci sarà l’attivazione di percorsi di integrazione e animazione socio-culturale che diffondano il rispetto tra le popolazioni migranti e quelle locali, consentendo di combattere anche sul piano culturale la segregazione e la creazione dei “ghetti” con l’acquisizione di competenze specifiche da parte dei destinatari attraverso percorsi professionalizzanti che possano trovare sbocchi lavorativi all’interno della filiera produttiva etica.
Come è stato illustrato in un focus group da Economia Next, a cui hanno partecipato il Comune, i sindacati e la Caritas tra gli altri, l’obiettivo è creare posizioni lavorative all’interno della struttura dell’ex-macello con l’avvio all’autonomia economica e la creazione di opportunità lavorative sia all’interno del plesso dell’ex-Macello, sia nelle aziende collegate all’idea progettuale. E conseguente creazione di una filiera produttiva etica, capace di rispondere all’esigenza di una filiera corta per la valorizzazione dei prodotti locali e l’apertura di possibilità di assunzioni di soggetti che hanno concluso percorsi professionalizzanti.
I NUMERI
Il recupero e la riqualificazione dell’area consentirà di realizzare 40 posti di accoglienza temporanea in co-housing; 1 sala per piccole conferenze e congressi – (da utilizzarsi in polifunzionalità con la sala ristorazione), e ausiliary spaces; 1 Exposition Gallery con laboratori didattici; 1 Fab/lab per la formazione professionalizzante; 1 Sala ristorazione e cucina; uno Spazio musica in esterno e intrattenimento culturale; degli Orti urbani; 1 centro espositivo all’aperto con aree e uffici per la sua gestione; 1 Capannone prefabbricato per produzione di eccellenza locale e trasformazione dei prodotti (Passate di pomodoro, ortaggi sott’olio, olio extravergine di oliva, farina, ecc.).
Il Comune di San Severo propone di utilizzare dunque l’investimento per la rigenerazione architettonica dell’ex mattatoio della città per creare una struttura “complessa” rivolta all’inclusione sociale dei migranti e soggetti in condizioni di disagio sociale, alla trasformazione, esposizione, valorizzazione e commercializzazione di prodotti locali di eccellenza. I destinatari principali saranno gli stranieri immigrati lavoratori stagionali, in particolare i senza fissa dimora e i lavoratori che vivono la piaga dello sfruttamento lavorativo e del caporalato. La struttura prevede ospitalità per circa 40 persone per un periodo da 6 a 24 mesi (secondo un modello Housing First).
I PARTNER
L’inclusione comunitaria va sempre a contrapporsi a risposte individualizzate e ghettizzanti, come ha spiegato don Andrea Pupilla, direttore della Caritas di San Severo. Sui migranti c’è spesso una “narrazione faticosa”ha osservato.
“Serve un modello nuovo da replicare, quei famosi 28 milioni destinati al Comune di San Severo per il superamento dei ghetti ripensati in un’ottica più vicina questo progetto potevano essere un ulteriore elemento per incrementare i numeri dell’integrazione. Come Caritas siamo sul pezzo, abbiamo un progetto che abbiamo riavviato. Le difficoltà restano, la difficoltà dell’accompagnamento dell’inserimento abitativo resta così come quello”.
Fabio Cuccululli che segue il progetto ha parlato di una risposta integrata, perché “quando il lavoratore immigrato ha un suo progetto di vita ha anche un progetto abitativo”. “Non si aspetta l’emergenza, la Caritas non si limita al pacco, ma organizza una presa in carico. Un progetto sebbene piccolo per i posti letto si pone come ambizioso come paradigma economico. Qual è il rischio? Quello che si crei, se non si attiva un modello inclusivo, un ghetto più piccolo di quelli esistenti, nel tessuto urbano della città”.













