Nuove rivelazioni emergono dal maxi-fascicolo dell’operazione “Mari e Monti”, che ha colpito il clan dei montanari Li Bergolis–Miucci. Le carte giudiziarie mostrano come il boss reggente Enzo Miucci, nonostante la detenzione, continuasse a impartire ordini, a gestire i rapporti con i sodali e ad esercitare pressioni estorsive sul territorio.
Le pressioni dal carcere
In una conversazione intercettata, Miucci discute con il figlio Antonio dell’imposizione del caffè nei bar della zona, in particolare a Monte Sant’Angelo. “Dobbiamo prendere proprio… dobbiamo prendere il caffè e fare il permesso per il caffè e cose, apriamo questo negozio… poi io ti dico, ho visto dei Caffè che stanno a Monte, devi andare a parlare con quelli e devi dire io vendo il caffè, tengo il caffè a questo prezzo”, spiegava. Una chiara strategia di controllo mafioso sul mercato, con imposizione di forniture e prezzi.
Il meccanismo veniva esteso anche a Manfredonia, come confermano altre intercettazioni: “Qua devi portare il caffè… quanti ne consumi… se quello ti dice che ha già l’appalto con quello che deve prendere il caffè, che a quello abbiamo dato i soldi… dici 15 li prendi da quello e cinque li devi prendere da me”.
Il ruolo del figlio Antonio
Secondo gli investigatori, Enzo Miucci si avvaleva della collaborazione diretta del figlio Antonio per mantenere il controllo del clan e non allentare la presa sul territorio. Antonio, spiegano gli inquirenti, godeva di una “caratura criminale” trasmessa dal cognome e dalla genealogia familiare, che lo rendeva figura di continuità con il padre e con i delitti compiuti in nome del clan.
I rapporti con gli alleati
Dalle carte emerge anche la necessità di Miucci di informarsi sulle frequentazioni di altri soggetti legati al clan, come Raffaele Palena, mentre dialogava con Matteo Pettinicchio, storico sodale, oggi collaboratore di giustizia. Per gli inquirenti, il carcere non ha fermato Miucci, che attraverso utenze non regolari e i familiari riusciva a trasmettere ordini all’esterno, mantenendo saldo il legame con i sodali e continuando a esercitare il controllo sul territorio. La figura del figlio Antonio emerge come proiezione diretta della leadership paterna, impegnato in estorsioni e nel controllo del mercato del caffè, simbolo di un potere mafioso che si tramanda di generazione in generazione.













