Otto anni fa, il 9 agosto 2017, la provincia di Foggia fu scossa dalla strage di San Marco in Lamis, il più efferato agguato di mafia mai avvenuto sul Gargano. Un commando di quattro uomini, armati di fucili e kalashnikov, colpì a morte Mario Luciano Romito, boss di Manfredonia, e il cognato Matteo De Palma, uccidendo anche i fratelli Aurelio e Luigi Luciani, agricoltori di San Marco, a bordo del loro Fiorino.
Per anni, la narrazione pubblica – sostenuta da istituzioni, associazioni e media – ha descritto i Luciani come vittime innocenti, cadute per caso in un agguato diretto ad altri. I loro nomi sono stati inseriti dall’associazione Libera tra quelli scanditi ogni 21 marzo nella Giornata della memoria e a Foggia è stata fondata un’associazione antiracket a loro nome.
Oggi, però, a distanza di otto anni, emergono nuove ricostruzioni fornite da collaboratori di giustizia che gettano ombre pesanti sulla versione finora accreditata dalla Dda che intanto continua a garantire sulla totale estraneità dei contadini dai contesti criminali.
Il racconto di Pettinicchio: “Seguirono Romito verso l’incontro con Moretti”
Il pentito Matteo Pettinicchio, ex esponente del clan Li Bergolis-Miucci-Lombardone, ha riferito alla Dda di Bari un racconto attribuito al boss Enzo Miucci – detto “U’ Criatur” – considerato uno degli esecutori materiali della strage insieme a Roberto Prencipe detto “il cacciatore”, Saverio Tucci alias “Faccia d’angelo” (ucciso ad Amsterdam a ottobre 2017) e Girolamo Perna detto “Peppa Pig” (ammazzato a Vieste ad aprile 2019).
Secondo Pettinicchio, poco prima dell’agguato i fratelli Luciani avrebbero fatto segno a Romito di seguirli in campagna, dove era previsto un incontro con il capomafia foggiano, Rocco Moretti, storico alleato del boss manfredoniano. Sarebbe stato durante quel tragitto che il commando, informato da Giovanni Caterino – condannato all’ergastolo come basista – tese l’agguato.
Un dettaglio che, se confermato, indicherebbe un legame tra i Luciani e Romito ben diverso dall’immagine di totale estraneità diffusa finora.

La mattanza
Pettinicchio ha ricostruito l’agguato nei dettagli. “Miucci è sceso dall’auto, ha raggiunto il Maggiolone di Romito, ha aperto lo sportello e ha sparato in faccia a Mario Luciano dicendogli; ‘scapp mo Mario Romi’ (“scappa ora, Mario Romito”, ndr). Mi ha riferito che quando ha aperto lo sportello Romito era ansimante. Gli altri componenti del gruppo di fuoco hanno raggiunto il Fiorino dei fratelli Luciani e li hanno ammazzati”.
“Del racconto di Miucci non ho mai avuto modo né ragione di dubitare, anche in riferimento alla presunta estraneità dei fratelli Luciani rispetto alla vicenda. Su di loro credo che Miucci si sia informato prima di commettere l’omicidio. Nessuno, eccetto noi, avrebbe avuto la forza di compiere un omicidio del genere”.
Ma non mancano le falle nel racconto del pentito: dalle ispezioni cadaveriche, infatti, non sono emersi colpi di grazia sul capo di Romito, ma solo ferite laterali mortali causate dalla prima sventagliata di colpi.

Andrea Romano: “Custodivano armi per il clan Romito”
A corroborare questa ricostruzione arriva anche la testimonianza di Andrea Romano, collaboratore della mafia brindisina. In carcere, Romano avrebbe appreso dal boss foggiano Emiliano Francavilla (storico alleato dei montanari Li Bergolis) che i due fratelli custodivano armi per conto del gruppo Romito e che il boss stava andando proprio da loro per recuperarle quando fu intercettato e ucciso insieme a loro. “Tanto vero – avrebbe sottolineato – che entrarono con la macchina in campagna”.
Una memoria che si complica
Le nuove versioni dei pentiti non cancellano la brutalità della strage, né la sua portata criminale, ma introducono elementi che mettono in discussione la narrazione ufficiale e aprono scenari più complessi sul ruolo dei fratelli Luciani.
Resta il fatto che l’agguato del 9 agosto 2017 segnò un punto di non ritorno nella percezione pubblica della mafia foggiana, spingendo lo Stato a intensificare la propria presenza sul territorio. Ma a otto anni di distanza, il confine tra vittime innocenti e figure marginalmente coinvolte nelle dinamiche mafiose appare meno netto di quanto raccontato finora. Secondo gli inquirenti, quelle confidenze di Miucci a Pettinicchio potrebbero essere state una mossa studiata per “sporcare” la memoria dei Luciani e accreditarsi come boss che non colpisce innocenti, un vero e proprio mascaramiento, come viene definito in Sicilia, per ribaltare la narrazione della strage.
La verità, come spesso accade nelle guerre di mafia, si muove tra ciò che si può provare e ciò che si vuole credere. Ed è su quel confine sottile che, ancora oggi, si gioca il senso della memoria dei fratelli Luciani.













