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Home - “Figlio a te”, “santino” e sangue versato: così i nuovi affiliati giuravano fedeltà al clan

“Figlio a te”, “santino” e sangue versato: così i nuovi affiliati giuravano fedeltà al clan

Riti, tatuaggi e favella: nell’ordinanza dell'operazione "Diomede" emerge la liturgia mafiosa del gruppo di Canosa, con simboli sacri e codici identitari in stile camorristico

Di Francesco Pesante
17 Giugno 2025
in Bat, Inchieste
I tatuaggi tra volti di Cristo e corone

I tatuaggi tra volti di Cristo e corone

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Parlano per allusioni, ma con linguaggio preciso. Basta un gesto, un nome, un simbolo per sancire l’appartenenza. L’operazione “Diomede”, scattata all’alba tra Canosa di Puglia e Bari, ha portato all’esecuzione di 19 misure cautelari nei confronti di un presunto gruppo criminale strutturato e violento, con una ritualità mafiosa ispirata al modello camorristico.

Coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Bari e condotta dai carabinieri dei comandi provinciali di Foggia e Barletta-Andria-Trani, l’indagine ha documentato una fitta rete di estorsioni aggravate dal metodo mafioso, traffico di droga, commercio illegale di armi – anche da guerra – e un impianto interno di affiliazione che ricorda la liturgia delle vecchie consorterie criminali.

La “favella”, i santini, il sangue: il rito d’ingresso nel clan

Secondo l’ordinanza cautelare di 252 pagine, nel sodalizio erano presenti riti ieratici di affiliazione, gesti codificati e simboli sacri. In uno scambio del 2 marzo 2022, uno degli indagati scrive: “Mo che esco lo devo fare a te, chiamiamo a uno che sa la favella”, in riferimento al rito di iniziazione presieduto dal “favellante”. Si parla di “tagliarsi” per giurare col sangue, di “santini” – in particolare quello di San Michele Arcangelo, simbolo di giustizia armata – e della necessità di conoscere “la crescita”, ovvero l’avanzamento nei gradi del clan.

Una liturgia criminale che non era semplice folklore: secondo gli inquirenti, costituiva il collante identitario del gruppo e la garanzia di fedeltà assoluta. La frase “veramente sono figlio a te”, emersa nelle intercettazioni, è il segno di un legame che va oltre l’operatività: è vincolo sacrale.

Nelle carte è emersa anche la figura del boss foggiano, Emiliano Francavilla sul quale i canosini contavano per ottenere maggiore protezione in cella.

Estorsioni alle giostre con minacce e kalashnikov

Tra i capitoli più eclatanti dell’inchiesta, quello relativo alle estorsioni ai giostrai del luna park allestito durante la festa patronale di San Sabino a Canosa. In almeno due occasioni – nel 2015 e nel 2021 – gli esercenti furono costretti a cedere blocchetti di biglietti omaggio e contanti fino a 2.000 euro, dietro minacce esplicite. In un episodio, per intimidire, furono sparati 53 colpi di kalashnikov contro attrazioni, roulotte e camion. Una vera prova di forza, in stile mafioso, per ribadire il dominio sul territorio.

Secondo la ricostruzione, il gruppo si presentava alla vigilia della festa per “chiedere un pensiero”, oppure lasciava intendere che era meglio “mettersi a posto”. A volte, bastava il ricordo delle azioni violente passate a convincere le vittime. In un caso più recente, si stava pianificando un nuovo attentato dimostrativo, evitato solo per il malfunzionamento delle armi e la presenza delle forze dell’ordine in zona.

Il clan, le armi e il comando dal carcere

A dirigere l’organizzazione era Daniele Boccuto, già condannato per omicidio mafioso, che operava dal carcere di Siracusa attraverso telefoni cellulari introdotti illegalmente. Rivendicava l’appartenenza al clan Strisciuglio di Bari, usandola come marchio di legittimazione. Attorno a lui agivano Christian Cucumazzo, Michele Labroca, Andrea e Marco Di Gennaro, tutti armati e pronti a eseguire ordini. Il padre Secondo Boccuto e la madre Nunzia Di Chio fornivano supporto logistico e alloggi per nascondere le armi.

“Chi sbaglia muore… e svanisce”

Nell’inchiesta “Diomede” emergono episodi concreti in cui l’eliminazione fisica e l’occultamento del cadavere non erano solo minacciati, ma pianificati nel dettaglio. Uno dei casi più inquietanti riguarda un piano per uccidere un uomo ritenuto “poco serio” e inaffidabile, la cui eliminazione – secondo le intercettazioni – doveva essere completata senza lasciare traccia. “Non lo trovano più… manco il cane lo trova”, dice uno degli indagati, a conferma dell’intenzione di far sparire il corpo dopo l’omicidio. I sodali discutono anche del luogo adatto: un posto dove la terra è soffice, facilmente scavabile, lontano da occhi indiscreti.

In un’altra occasione si parla apertamente di utilizzare una gettata di cemento, ipotizzando la colata come metodo definitivo per rendere irrintracciabile il cadavere. In almeno un episodio, l’esecuzione era già in corso quando l’arma si inceppò, impedendo l’uccisione. Il bersaglio si salvò solo per caso. L’intervento imprevisto di una pattuglia delle forze dell’ordine bloccò l’azione, ma le conversazioni successive lasciano intendere che l’operazione sarebbe stata riprogrammata, con una nuova arma, in un nuovo momento. Non si trattava, insomma, di vendette d’impeto: erano progetti criminali strutturati, discussi, preparati e condivisi da più componenti del gruppo.

Secondo la Direzione Distrettuale Antimafia, queste condotte si inseriscono in un disegno mafioso compiuto, in cui l’omicidio non ha solo valore punitivo ma funzione strategica. Far scomparire una persona significa privarla anche del diritto a essere cercata. Significa impedire il lutto, cancellare la memoria, trasmettere un messaggio: “chi sbaglia con noi, non solo muore, ma svanisce”. Un’ipotesi ancora più agghiacciante emerge nelle note dell’indagine, dove viene evocato il caso di Vincenzo La Grasta, ritenuto un affiliato epurato dal gruppo per motivi interni. Il suo corpo non è mai stato ritrovato. Gli inquirenti ipotizzano che sia stato ucciso e fatto sparire proprio secondo la logica della “lupara bianca”, come segnale di rottura definitiva e messaggio rivolto agli altri sodali. La sua scomparsa, priva di corpo e di tracce, rappresenterebbe l’esempio più compiuto della brutalità sistemica con cui l’organizzazione gestiva i propri “equilibri”. L’organizzazione, diretta da Daniele Boccuto anche dal carcere di Siracusa, era strutturata in modo da poter gestire ogni fase: la pianificazione, il reperimento delle armi, il trasporto, l’azione violenta e la sparizione della vittima. Gli inquirenti hanno ricostruito una rete operativa che faceva affidamento su sodali fedeli, mezzi dedicati e luoghi sicuri. In questo contesto, l’eliminazione fisica con occultamento non era l’eccezione, ma una possibilità concreta, pronta a essere attivata ogni volta che la “famiglia” lo ritenesse necessario. “Se succede, succede. Ce lo mettiamo sotto. Non esiste che torna in giro”, dice uno degli indagati, a suggello del modo di intendere il potere.

I destinatari delle misure cautelari

La maxi operazione ha coinvolto 150 militari, elicotteri, unità cinofile e lo Squadrone Eliportato Cacciatori Puglia. In carcere sono finiti: Daniele Boccuto, Secondo Boccuto, Tommaso Caracciolo, Christian Cucumazzo, Andrea Di Gennaro, Marco Di Gennaro, Michele Labroca e Andrea Matarrese.

Ai domiciliari: Vito Azzellino, Domenico Bellafede, Sabino Bellafede, Francesco Boccuto, Canio Carabellese, Lorenzo Cassano, Nunzia Di Chio, Pasquale Di Gennaro e Cosimo Damiano Lenoci. Due indagati sono stati sottoposti all’obbligo di dimora.

L’indagine, oltre a documentare il metodo mafioso, mostra un salto di qualità nella gestione criminale: non solo droga o armi, ma anche simbologia, potere, identità. Un’organizzazione che – come scrivono gli inquirenti – non controllava solo il denaro, ma anche le coscienze.

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Tags: BariBatBoccutoCanosa
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