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Home - Pettinicchio fiume in piena: “Dino Miucci imprenditore di primo livello grazie al clan. Scarabino? Factotum di Enzo”

Pettinicchio fiume in piena: “Dino Miucci imprenditore di primo livello grazie al clan. Scarabino? Factotum di Enzo”

Pentito svela ruoli, alleanze e retroscena del clan dei montanari: dagli appalti a Manfredonia ai messaggi estorsivi affidati al cognato del boss

Di Francesco Pesante
27 Maggio 2025
in Gargano, Inchieste
Francesco Li Bergolis, Giuseppe Pacilli, Enzo e Dino Miucci; sotto, Lorenzo Scarabino, Raffaele Palena, Roberto Principe e Giovanni Caterino

Francesco Li Bergolis, Giuseppe Pacilli, Enzo e Dino Miucci; sotto, Lorenzo Scarabino, Raffaele Palena, Roberto Principe e Giovanni Caterino

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Non solo rivelazioni su omicidi, ma anche indicazioni su assetti e ruoli nel clan. Matteo Pettinicchio è un fiume in piena e ai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Bari ha parlato dei suoi ex alleati del clan Li Bergolis-Miucci-Lombardone, detto “il clan dei montanari”.

Il collaboratore di giustizia ha dato indicazioni sui capi storici come l’ergastolano Francesco Li Bergolis, terzo dei fratelli Li Bergolis “Calcarulo”. “Insieme a Miucci (Enzo U’ Criatur, ndr) è stato a capo del gruppo – ha ricordato Pettinicchio -. Quest’ultimo ha avuto più peso dal 2008 in poi. È stato arrestato a Monte Sant’Angelo intorno al 26 settembre 2010, a casa di Angelo Grilli. Io e Miucci gli abbiamo fatto corrispondere uno stipendio di 1500 euro frutto di una estorsione ad un costruttore di Monte. Ogni volta che abbiamo potuto abbiamo fatto arrivare un pensiero anche ai suoi fratelli (Matteo e Armando, anche loro in cella da tempo, ndr)”.

Un breve passaggio sull’ex super latitante Giuseppe Pacilli detto “Peppe U’ Muntaner”, catturato mentre si nascondeva sul Gargano. “Ha sempre fatto parte del clan Li Bergolis all’interno del quale si occupava di estorsioni, soprattutto su Manfredonia, con un suo gruppo. Spartiva i proventi con gli appartenenti ai Li Bergolis; questo almeno fino al 2004″.

Dino Miucci, Caterino e la latitanza a Granada di Troiano

Pettinicchio non ha risparmiato nemmeno Leonardo Miucci detto Dino, fratello maggiore del boss Enzo e presunta “anima imprenditoriale” del clan, “uomo degli appalti” a Manfredonia. “Dino lo conosco bene. Dopo l’omicidio di Franco Romito (ucciso nel 2009, ndr) è stato minacciato da Mario Romito (ammazzato nella strage di San Marco del 2017, ndr) ed era a conoscenza delle attività del gruppo. Si teneva sempre informato sulle dinamiche criminali. È stato sparato dopo la morte di Ricucci per vendetta, seppure l’obiettivo principale fosse Renzo. Spendendo il suo cognome, Dino è diventato un imprenditore di primo livello. Affidargli i lavori significava non avere problemi di protezione”.

E ancora: “Nell’edilizia ha assunto importanza soprattutto dopo la morte di Mario Luciano Romito. Per la sua esposizione e per il rischio di essere ucciso è rimasto nel gruppo. Miucci si lamentava del fatto che suo fratello Dino non lo aiutava economicamente. Dino conosceva i sodali al gruppo. Lui, il giorno in cui è stato ucciso Giuseppe Silvestri (21 marzo 2017, ndr), stava venendo a Monte ad avvisarci che sarebbe stato ucciso qualcuno dei nostri. Non ha fatto in tempo a farlo. Credo che avesse avuto quell’informazione da Giovanni Caterino (basista della strage di San Marco, ndr) con il quale era in stretto rapporto. Dino comunque ci dava consigli su come ‘muoverci’“.

Matteo Pettinicchio

Infine: “Mi ha informato sugli autori di un danneggiamento che aveva subìto mio padre. I fatti che apprendeva da Caterino, Dino li rapportava principalmente a suo fratello Enzo che, poi, ne parlava con me. Posso dire che io e Renzo avevamo previsto di provvedere al mantenimento in carcere di Giovanni Caterino (all’ergastolo per la strage, ndr)”.

Il pentito ha riferito anche in merito a Raffaele Palena detto “Strizzaridd”, presunto capo della cellula montanara del clan. “So che si occupava di spaccio ed estorsioni. Sapevo tutto ciò che accadeva in considerazione del mio ruolo all’interno del clan. Gli aggiornamenti su tutto ciò che riguardava il Gargano e l’intera provincia di Foggia li ho ricevuti anche se detenuto. Le informazioni le ricevevamo, indifferentemente, io e Miucci. Eravamo noi due a comandare. Ci dicevano tutto sia i nostri sodali, sia gli appartenenti ai clan avversi. Gli uni e gli altri lo facevano anche per timore di subire ritorsioni. Miucci stesso, più volte, si è rivolto a me per avere aggiornamenti, ad esempio su Caterino, anche perché avevo la capacità di gestire la vita dei detenuti anche in altre strutture; ciò in considerazione del fatto che in carcere ho sempre gestito io le sezioni dove sono stato detenuto. Ad esempio, ho agevolato la permanenza di Antonello Scirpoli presso il carcere di Foggia, nonostante fosse del clan Raduano. Lui, in cambio, mi ha raccontato diversi fatti riguardanti Troiano (Gianluigi, ndr) con il quale, peraltro, aveva un rapporto di parentela tramite la compagna. Proprio Troiano era un nostro obiettivo, in quanto aveva tradito il nostro clan facendo la bacchetta per l’omicidio di Omar Trotta. Su Troiano sono stato costantemente aggiornato da un detenuto quando ero a Tolmezzo. Sapevo anche dove si trovava in Spagna, a Granada, e cosa facesse lì, ovvero narcotraffico e che si era detto disponibile a commettere fatti di sangue. Ho saputo perfino che lì aveva commesso un omicidio”. Difatti Troiano, anche lui pentitosi, venne catturato a Granada dopo circa tre anni di latitanza.

Lo smartphone dietro le sbarre e “il factotum”

“All’interno del circuito carcerario posso affermare che nessuno mi abbia dato informazioni false – ha aggiunto Pettinicchio -. Questo perché ho sempre confrontato le varie versioni che mi venivano date ed ho potuto constatare che corrispondevano. In carcere ho sempre avuto a disposizione telefoni, anche smartphone. Per evitare di essere intercettato utilizzavo applicazioni video ed evitavo di parlare; a volte scrivevo dei messaggi e li mostravo tramite videochiamata. Questo almeno fino a quando sono stato sottoposto al 41 bis. Palena gestiva un proprio gruppo di spaccio e si avvaleva di diversi ragazzi per fare delle estorsioni. La sua attività criminale è nota a Monte Sant’Angelo anche alle persone perbene. Credo che Palena abbia avuto qualche problema riguardante le estorsioni con Lorenzo Scarabino, cognato di Miucci. Proprio Palena ha assunto maggiore importanza nell’ambito della criminalità da quando si è avvicinato a Miucci durante una comune detenzione nel carcere di Foggia. Per crescere nell’ambito della criminalità, Palena, ha usato il nome di Miucci. A dirmi dei problemi tra Palena e Scarabino fu Miucci; sempre lui mi disse che Palena ha incendiato l’auto di una persona che aveva avuto una discussione con la moglie, Marilina Scarabino. Miucci era risentito per questa ritorsione che Palena aveva fatto di iniziativa senza il suo consenso. Del gruppo di Palena facevano parte perlopiù ragazzi molto giovani ed alcuni più grandi”.

Poi ancora su Lorenzo Scarabino: “Era il factotum di Miucci. Veicolava i suoi messaggi soprattutto per quanto riguarda le estorsioni, soprattutto negli ultimi anni. È sempre stato vicino a noi. Agiva sempre sotto il comando di suo cognato Enzo”.

Infine su Roberto Prencipe detto “Il cacciatore” o “Roberto della Montagna”: “Lo conosco personalmente, l’ho visto diverse volte, conosco anche sua moglie, sono stato a casa sua a Ruggiano, in una villetta recintata. Vicino a lui abita anche suo padre. Lui abita in una casa, arrivando da Monte girando due volte a sinistra. Credo abbia un figlio. So che aveva un’Audi A4 o A6, credo blu scuro. lo l’ho conosciuto nel 2015 ed era a disposizione di Miucci già da prima. Non lo aveva fatto conoscere a nessuno. È stato utilizzato per commettere reati di sangue e di droga. Deteneva le armi del gruppo“. Prencipe, sempre stando al pentito, avrebbe preso parte alla strage di San Marco insieme a Miucci e agli ormai defunti Saverio Tucci e Girolamo Perna con Giovanni Caterino a fare da basista.

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Tags: garganoLi BergolismafiaMiuccipettinicchio
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