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Home - Capitanata pattumiera della camorra: sangue tra i rifiuti e cesti regalo a dipendenti pubblici

Capitanata pattumiera della camorra: sangue tra i rifiuti e cesti regalo a dipendenti pubblici

Di Francesco Pesante
12 Giugno 2017
in Inchieste
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“Abbiamo bisogno di soldi altrimenti l’azienda deve chiudere”. Così Fabrizio Mundi giustificava i suoi traffici illeciti a un dipendente della Lufa srl, azienda sanseverese che sversava rifiuti della Campania in vari siti della provincia di Foggia. L’inchiesta “In Daunia venenum” ha fatto emergere uno scenario inquietante. La Capitanata, per anni, ha rappresentato la pattumiera della camorra e del clan dei Casalesi in particolar modo. A confermarlo le carte dell’inchiesta firmate dai pm della DDA, Nitti e Gatti: “L’indagine – è scritto nelle 600 pagine dell’ordinanza cautelare – nasce dalle investigazioni avviate nel febbraio 2014, dal personale della squadra di polizia giudiziaria del commissariato di Manfredonia che evidenziava l’esistenza di un’organizzazione di stampo camorristico (in particolare riferita al clan dei Casalesi), che avrebbe riversato illecitamente rifiuti nell’agro di Manfredonia, località Ippocampo, in un terreno della cui guardiania e conduzione si occupava Giuseppe De Martino, alias “gallina”, personaggio di Zapponeta che in passato aveva intrattenuto contatti con organizzazioni campane dedite al contrabbando di tabacchi lavorati esteri.

Sul luogo segnalato (soprannominato “bunker”) insiste uno stabile dove un esponente del clan dei Casalesi, Luigi Ferraro, risulta aver espiato la misura cautelare degli arresti domiciliari (anno 2011, ndr). Ferraro, nato a Casal di Principe nel 1964, è fratello del più noto politico Nicola Ferraro, già esponente dell’Udeur e implicato in vicende giudiziarie, considerato vicino ai Casalesi, in particolare alla famiglia Schiavone. D’altronde fu proprio il pentito Carmine Schiavone a svelare l’esistenza dei traffici dei rifiuti verso la Puglia alla commissione antimafia.

Una pattumiera, dunque, nella quale sono state tombate tonnellate di immondizia che la Lufa di Fabrizio Mundi non era in grado di lavorare in quanto sotto dimensionata rispetto alla mole di monnezza proveniente dalle ditte campane. “Non veniva affatto rispettata la procedura di produzione del compost”, si legge ancora nell’ordinanza. Infatti, dopo interventi del tutto superficiali, si partiva con gli sversamenti illeciti. Confermati negli interrogatori da alcuni dipendenti dell’azienda sanseverese.

Sebastiano Damato, operaio Lufa: “La polvere bianca che giungeva presso la Lufa all’interno di sacconi di juta denominati “Big bags” è un tipo di calce che il dottor Antonio Pastena (chimico e direttore tecnico dell’azienda, ndr) ci diceva di usare per miscelare i fanghi quando erano troppo liquidi. Ricordo che Pastena si raccomandò con noi dipendenti affinché ci proteggessimo con maschere e occhiali per difenderci dalle esalazioni derivanti dalla miscelazione del prodotto”.

E ancora: “Il percolato, per quanto mi risulta, fino all’anno 2012, veniva aspirato da tutte le parti dell’impianto e smaltito illecitamente nei terreni di proprietà dei fratelli Minischetti (titolari dell’azienda agricola La Falciglia a San Severo, ndr) e in minima parte in locazione alla Lufa, situati alle spalle della citata impresa, dove si formava una enorme chiazza, ben visibile, di percolato maleodorante, che persistendo per diversi giorni era visibile a tutti. I Minischetti che venivano tutti i giorni sui terreni di loro proprietà, per contare i mezzi in entrata al fine di monetizzare correttamente i loro guadagni, non potevano non vedere questi sversamenti e non sentirne il maleodore”.

Tracce di sangue e cesti regalo

Rilevanti le dichiarazioni rese ai pm da Lazzaro Laidò, dipendente dell’impresa Daunia 2009 di Remo Bonacera, quest’ultimo zio di Mundi e “factotum” dell’organizzazione criminale: “Alla Lufa venivano conferiti anche scarti derivanti dalla macellazione dei polli che presentavano delle evidenti tracce di sangue, dall’azienda Maya. Di ciò – spiegò Lazzaro Laidò – veniva informato sia telefonicamente che di persona, quando era presente presso l’impianto, il dottor Pastena il quale scattò anche delle foto e ci diceva di stare tranquilli. I fanghi di colore nero maleodoranti provenivano dall’industria Granarolo. Anche in questo caso nonostante le nostre lamentele venivano comunque accettati e poi smaltiti con le predette procedure”.

Durante l’interrogatorio anche una rivelazione: “Confermo la circostanza che nel periodo pasquale e natalizio, Mundi e Bonacera erano soliti omaggiare alcuni appartenenti alla Provincia di Foggia con cesti regalo. Ricordo in particolare tale dottor M. Dico ciò in quanto personalmente mi sono recato, con Remo Bonacera, presso la sua abitazione, sita a Foggia di fronte alla BCC di San Giovanni Rotondo”.

Tags: CampaniaFabrizio MundiFoggiaIn Daunia venenumNapoli
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