Dopo la lettera aperta di Giovanna Belluna Panunzio, arriva la risposta di Giuseppe Ciuffreda, figlio dell’imprenditore Nicola Ciuffreda, assassinato dalla criminalità organizzata nel 1990. Una riflessione che parte dal dolore condiviso dalle famiglie delle vittime di mafia e si trasforma in un appello affinché l’impegno antimafia rimanga patrimonio comune, lontano dalle contrapposizioni politiche.
“Conosco il tuo dolore”
Rivolgendosi direttamente a Giovanna Panunzio, Ciuffreda ricorda il dramma vissuto dalla propria famiglia.
“Nessuno più di me può comprendere il tuo dolore – scrive – avendo visto mio padre spirare fra le mie braccia dopo essere stato crivellato di colpi ad opera di quello stesso cancro sociale, di quegli stessi mafiosi che due anni dopo hanno assassinato tuo suocero”.
Ricorda quindi come, grazie alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Mario Nero, la famiglia Panunzio abbia potuto conoscere identità e responsabilità dell’assassino di Giovanni Panunzio, mentre per Nicola Ciuffreda ciò non è ancora avvenuto.
Una differenza che, osserva, incide anche sul riconoscimento formale come vittima di mafia da parte del Ministero dell’Interno, citando anche il caso di Francesco Marcone.
“La battaglia è valsa la pena”
Alla domanda posta da Giovanna Panunzio nella sua lettera – se la battaglia antimafia sia valsa la pena – Giuseppe Ciuffreda risponde senza esitazioni.
Per lui la risposta è sì, perché Foggia non rappresenta soltanto il luogo dove i loro familiari sono stati assassinati, ma anche la città che avevano scelto per vivere, lavorare e costruire il proprio futuro.
“Amare Foggia è per tutti noi un dovere – afferma – non malgrado quello che abbiamo subito, ma perché è il principale lascito, insieme all’orgoglio e al coraggio, che i nostri martiri ci hanno tramandato”.
La vicenda della stele dedicata a Panunzio
Ciuffreda affronta poi la questione della stele e della piazza dedicate a Giovanni Panunzio, al centro del recente dibattito cittadino.
Pur dichiarandosi contrario alla rimozione del monumento e ritenendo che non si debba cedere a chi interpreta in maniera estensiva una concessione pubblica, invita a guardare il quadro complessivo.
Ricorda infatti che ci sono vittime che non dispongono neppure di una lapide commemorativa e associazioni che non hanno mai avuto una sede comunale, mentre altre hanno scelto di rinunciarvi per preservare la propria indipendenza.
“L’antimafia non può dividere”
Il cuore della lettera è l’invito a mantenere l’impegno contro la criminalità organizzata al di sopra delle appartenenze politiche.
Secondo Ciuffreda, la lotta alla mafia deve essere «solo unificante, non divisiva» e deve restare estranea a qualsiasi contrapposizione di parte.
“Non è la battaglia di questo o di quello, di Ciuffreda o di Panunzio: è la battaglia di Foggia contro la sua piaga più purulenta e la sua zavorra più pesante”, scrive.
Il riferimento all’assessore alla Legalità
Nel passaggio finale della lettera, Giuseppe Ciuffreda richiama anche il recente confronto con lo Stato e la magistratura, spiegando di aver trovato una disponibilità superiore alle aspettative.
Al tempo stesso invita a evitare che le battaglie per la legalità possano apparire “autoreferenziali, pretestuose o parziali”, osservando come gli attacchi rivolti al primo assessore alla Legalità della storia del Comune di Foggia rischino di trascinare il dibattito in polemiche politiche che poco hanno a che vedere con la memoria delle vittime.
Conclude quindi con un appello rivolto a tutte le famiglie colpite dalla mafia affinché, nel nome di Giovanni Panunzio, Nicola Ciuffreda e degli altri caduti, vengano evitate contrapposizioni che possano svilire il significato del loro sacrificio.












