Dopo oltre vent’anni trascorsi dietro le sbarre, molti dei quali sottoposto al regime del 41 bis, potrebbe lasciare presto il carcere anche Matteo Li Bergolis, 53 anni, primogenito di Pasquale Li Bergolis, storico esponente della criminalità garganica ucciso durante la sanguinosa faida di Monte Sant’Angelo. Secondo quanto trapela, l’uomo starebbe finendo di scontare la pena a Novara.
La notizia arriva a distanza di poco tempo dalla scarcerazione di Armando Li Bergolis, 51 anni, considerato dagli investigatori il capo della famiglia dopo le condanne inflitte nei grandi processi antimafia. All’appello resta ora soltanto Franco Li Bergolis, 48 anni, detenuto e condannato all’ergastolo.
Il processo che cambiò la storia giudiziaria del Gargano
Il nome di Matteo Li Bergolis è legato indissolubilmente all’operazione “Iscaro-Saburo”, la maxi inchiesta coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Bari che nel 2004 portò all’arresto di 99 persone e che per la prima volta certificò in sede giudiziaria l’esistenza di una vera e propria organizzazione mafiosa sul Gargano.
In quel procedimento, considerato uno spartiacque nella lotta alla criminalità organizzata della provincia di Foggia, Matteo Li Bergolis venne condannato a 26 anni e 6 mesi di reclusione per associazione mafiosa e traffico di sostanze stupefacenti. Le contestazioni riguardavano attività criminali sviluppate a partire dalla fine degli anni Novanta all’interno del clan Li Bergolis-Miucci, la cosiddetta organizzazione dei “montanari”.
L’indagine ricostruì un sistema criminale capace di controllare vaste porzioni del territorio garganico attraverso traffico di droga, estorsioni, intimidazioni e una fitta rete di rapporti con altri gruppi mafiosi.
La guerra di Monte Sant’Angelo
Prima delle condanne e delle lunghe detenzioni, i fratelli Li Bergolis furono protagonisti della feroce guerra di mafia che per anni insanguinò Monte Sant’Angelo. Una contrapposizione armata che vide da una parte il gruppo dei Li Bergolis e dall’altra quello dei Primosa-Alfieri.
Fu una stagione caratterizzata da omicidi, agguati e vendette trasversali che lasciò sul terreno numerose vittime e modificò profondamente gli equilibri criminali del promontorio garganico.
Anche la famiglia Li Bergolis pagò un prezzo altissimo. Tra le vittime della faida vi fu lo stesso Pasquale Li Bergolis, figura centrale del clan e padre di Matteo, Armando e Franco. Nonostante le perdite subite, il gruppo riuscì progressivamente a consolidare la propria posizione fino a diventare una delle organizzazioni criminali più influenti dell’intero Gargano.
Da Monte Sant’Angelo a Manfredonia
Secondo le ricostruzioni investigative, una volta consolidato il proprio predominio nel territorio montanaro, il clan estese progressivamente la propria influenza verso Manfredonia.
Lì i Li Bergolis avrebbero sviluppato interessi nel traffico di sostanze stupefacenti e nelle attività estorsive, cercando al tempo stesso di inserirsi nei circuiti economici e imprenditoriali della città. Gli investigatori hanno più volte evidenziato anche il tentativo di espansione nel settore dell’intrattenimento e della movida, considerato strategico per il controllo di nuove fonti di profitto.
L’era Miucci dopo le condanne
Le condanne inflitte nel processo “Iscaro-Saburo” decapitarono il vertice storico dell’organizzazione, ma non ne determinarono la fine.
Secondo la Direzione Distrettuale Antimafia, dopo l’arresto e la detenzione dei tre fratelli Li Bergolis, le redini del clan passarono progressivamente a Enzo Miucci, figura ritenuta centrale nella successiva evoluzione della cosiddetta mafia dei montanari.
I tre fratelli sono inoltre nipoti di Francesco Li Bergolis, detto “Ciccillo” o “Calcarulo”, fratello di Pasquale e considerato uno dei patriarchi storici dell’organizzazione. Il suo omicidio, avvenuto nel 2009, resta ancora oggi senza un colpevole definitivo.










