Per gli investigatori non si trattava più di semplici dissapori tra affiliati. Nelle oltre 500 pagine del decreto di fermo emesso dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Bari emerge il racconto di una vera e propria frattura interna al clan Sinesi-Francavilla, una crepa che nel corso dei mesi sarebbe diventata sempre più profonda fino a trasformarsi, secondo la procura, in una concreta minaccia di sangue. Destinatari del provvedimento i fratelli Antonello e Emiliano Francavilla detto “Melone”, 49 e 47 anni e Ivan Narciso detto “il mercenario”, 36 anni. Nelle carte compare anche l’imprenditore edile Antonio Fratianni, 60 anni, quest’ultimo condannato per il duplice tentato omicidio di Antonello Francavilla e del figlio minorenne. Per lui nessun fermo.
Le pagine del provvedimento ricostruiscono settimane di incontri, videocollegamenti, conversazioni intercettate e mediazioni fallite che avrebbero visto contrapposti da un lato il gruppo riconducibile a Daniele Barbaro e dall’altro quello facente capo a Emiliano Francavilla e Ivan Narciso.
Sul tavolo non c’erano soltanto questioni economiche. Gli investigatori parlano di controllo del territorio, gestione degli affari criminali, traffico di droga, rapporti con il Gargano e soprattutto della necessità, avvertita da alcuni esponenti del gruppo, di riaffermare equilibri mafiosi che apparivano ormai compromessi.
“La bandiera è la stessa”
Uno dei passaggi più significativi contenuti nel decreto riguarda una lunga videoconferenza del 18 marzo 2026. Attorno allo schermo compaiono diversi esponenti ritenuti vicini al clan: Ivan Narciso, Ciro Spinelli, Raffaele Palumbo, Gioacchino Frascolla, Emiliano Francavilla e Daniele Barbaro. È una sorta di summit mafioso virtuale nel quale si tenta di ricomporre una frattura ormai evidente.
Nel corso della discussione Barbaro rivendica apertamente l’appartenenza comune alla stessa organizzazione criminale. “La bandiera è la stessa. La bandiera è la stessa”, afferma più volte.
Per gli investigatori quella frase assume un peso determinante perché rappresenterebbe una vera e propria ammissione dell’esistenza di un’unica struttura criminale riconducibile al clan Sinesi-Francavilla.
“Non siamo più una famiglia”
Ma dietro i richiami all’unità emerge tutta la tensione accumulata. Barbaro arriva infatti a pronunciare parole che gli investigatori considerano il segnale della crisi in atto. “Non siamo più una famiglia”, dice durante il confronto.
Il riferimento è ai sospetti reciproci, alle accuse di scorrettezza e a una serie di episodi che avevano incrinato i rapporti tra i gruppi.
Secondo il decreto, il clima era talmente deteriorato da spingere i partecipanti a convocare la videoconferenza proprio per evitare conseguenze peggiori.
Il confronto dura ore.
Si discute di prestiti, di denaro da restituire, di automobili rubate, di vecchi rancori e soprattutto di fedeltà all’organizzazione.
L’ombra dell’omicidio Moretti
Tra gli argomenti affrontati compare ripetutamente anche il nome di Alessandro Moretti detto “Sassolin”, ucciso a Foggia nel gennaio scorso, anch’egli intercettato mentre dialogava con il boss Antonello Francavilla. Toni pacati e rispettosi tra i due nonostante le vecchie ruggini tra “morettiani” e membri del clan Sinesi-Francavilla.
Gli investigatori ritengono che la morte di “Sassolin”, 35 anni abbia contribuito ad alimentare sospetti e tensioni. Nelle conversazioni emerge infatti il timore che qualcuno stia giocando una partita doppia.
Secondo quanto riportato nel decreto, diversi interlocutori ipotizzano che l’omicidio possa essere stato sfruttato per provocare una reazione a catena all’interno degli equilibri criminali foggiani.
Non mancano riferimenti a presunti tradimenti e accuse reciproche. Il nome di Moretti ritorna continuamente nelle conversazioni come elemento destabilizzante per l’intero assetto criminale.
Le accuse sul controllo del Gargano
Un altro capitolo centrale dell’inchiesta riguarda i rapporti con il Gargano e in particolare con le attività di spaccio. Secondo gli investigatori, nelle conversazioni emerge una disputa sul controllo di alcune piazze e sulla gestione dei proventi. Barbaro sostiene di aver contribuito personalmente a consolidare la presenza del gruppo in determinati territori. Racconta di aver affrontato soggetti vicini ai Moretti e rivendica il proprio ruolo nella difesa degli interessi del clan.
In un passaggio particolarmente significativo riferisce di aver parlato con esponenti collegati ai gruppi garganici e di aver ricevuto rassicurazioni sul fatto che determinati affari sarebbero rimasti sotto il controllo della propria organizzazione.
“Io mi strappo il braccialetto e ci scanniamo”
Ma il momento più inquietante emerge dalle parole attribuite a Emiliano Francavilla. Le intercettazioni riportate nel decreto descrivono un uomo furioso per alcune vicende che lo riguardavano direttamente.
La rabbia nasce anche dal furto della sua automobile e da questioni economiche che riteneva irrisolte.
A un certo punto Francavilla pronuncia una frase che per gli investigatori assume il significato di una minaccia esplicita.
“Io le palle non le ho lasciate alla matricola”, afferma. Poi rincara la dose. “Io mo mi strappo il braccialetto dal piede, mi butto in mezzo alla strada e ci scanniamo”.
Parole che secondo gli inquirenti dimostrano il livello di tensione raggiunto e la concreta possibilità che il conflitto interno degenerasse in azioni violente.
La missione a Milano
Nelle carte compare anche una trasferta a Milano che gli investigatori ritengono particolarmente significativa. Secondo la ricostruzione, Alessandro Moffa e Maurizio Mainiero si sarebbero recati nel capoluogo lombardo per incontrare Antonello Francavilla.
Le intercettazioni documentano persino l’acquisto dei biglietti ferroviari e la preparazione del viaggio.
L’obiettivo sarebbe stato discutere delle tensioni in corso e dei nuovi assetti criminali.
Le conversazioni riportate nel decreto fanno emergere il tentativo di trovare una mediazione prima che la situazione precipitasse.
I riferimenti a Vieste e ai soldi della droga
Nelle intercettazioni compaiono anche riferimenti diretti a Vieste. Secondo gli investigatori, alcuni interlocutori discutono della gestione degli introiti provenienti dal traffico di stupefacenti.
In un passaggio viene citata una somma di 10mila euro al mese collegata agli affari sviluppati sul Gargano.
Per la DDA si tratta di uno degli elementi che confermerebbero il persistente interesse dei gruppi foggiani per le attività criminali lungo la costa garganica.
La paura di una nuova guerra
Il filo conduttore dell’intero decreto resta però uno solo. Gli investigatori descrivono un’organizzazione attraversata da tensioni sempre più profonde, all’interno della quale vecchi equilibri stavano saltando.
Le conversazioni mostrano uomini che continuano a definirsi “compagni” e “fratelli”, ma che allo stesso tempo si accusano reciprocamente di tradimenti, doppio gioco e mancanza di rispetto.
Un clima che, secondo la procura antimafia, rischiava di trasformarsi rapidamente in una nuova stagione di sangue.
Proprio per scongiurare quella che viene definita una possibile escalation mafiosa, il 25 marzo sono scattati i fermi nei confronti di Daniele Barbaro, Giuseppe Bruno, Luca Pompilio e Ciro Spinelli.
Per gli investigatori l’intervento era necessario per fermare una spirale che stava riportando Foggia verso gli scenari più pericolosi della sua storia criminale recente, in un contesto in cui omicidi, alleanze mutevoli e lotte per il controllo del territorio continuano a rappresentare il linguaggio con cui la mafia tenta di regolare i propri conti.










