La notizia è di quelle destinate a pesare negli equilibri criminali e simbolici del Gargano: Armando Li Bergolis, 51 anni, ritenuto il capo di maggiore spessore del clan dei montanari Li Bergolis-Miucci, è tornato in libertà. Il boss ha goduto di uno sconto di 5 anni ed è uscito dopo 22 anni di cella rispetto alla condanna di 27 nel processo “Iscaro Saburo”.
Un nome che da decenni attraversa le carte giudiziarie sulla mafia garganica e che per gli investigatori rappresenta una delle figure più autorevoli, carismatiche e influenti della criminalità organizzata di Monte Sant’Angelo.
La scarcerazione arriva dopo una lunga stagione detentiva segnata anche dal regime del 41 bis. Appena poche settimane fa, il nome di Li Bergolis era tornato al centro delle cronache giudiziarie per una decisione della Corte di Cassazione, che aveva rigettato il ricorso presentato dal detenuto contro il trattenimento di una missiva inviata dal difensore nel carcere di Viterbo. In quella occasione, i giudici avevano confermato la linea del Tribunale di Sorveglianza di Roma, ritenendo legittimo il blocco della corrispondenza perché alla lettera era allegata copia di una sentenza priva dell’attestazione di autenticità richiesta per i detenuti sottoposti al carcere duro.
Il ritorno fuori dal carcere
Il ritorno in libertà di Armando Li Bergolis rappresenta un passaggio clamoroso nella storia recente della mafia garganica. Non si tratta di un nome qualunque. Per gli inquirenti, il 51enne è stato per anni uno dei riferimenti principali del gruppo criminale conosciuto come clan dei montanari, contrapposto storicamente ad altre batterie del Gargano e protagonista di una lunga stagione di sangue, intimidazioni, faide e controllo del territorio.
La sua figura è stata spesso indicata come quella del fratello dotato di maggiore carisma criminale. Con lui, nelle carte giudiziarie, compaiono anche i fratelli Matteo Li Bergolis e Franco Li Bergolis, entrambi condannati nell’ambito della lunga vicenda processuale legata alla mafia garganica. Armando, in particolare, è stato considerato dagli investigatori il volto più autorevole della famiglia criminale, capace di conservare peso e riconoscibilità anche durante la detenzione. I tre sono figli di Pasquale Li Bergolis, morto durante la faida con i Primosa-Alfieri e nipoti di Ciccillo Li Bergolis, patriarca del clan, ammazzato nel 2009.
Il processo “Iscaro-Saburo” e la mafia del Gargano
Il nome di Li Bergolis è legato soprattutto al processo “Iscaro-Saburo”, il procedimento che per la prima volta certificò giudiziariamente l’esistenza della mafia del Gargano. Una sentenza destinata a segnare un prima e un dopo nella lettura investigativa della criminalità organizzata dell’area montana, per anni raccontata come una somma di faide locali e poi riconosciuta nella sua dimensione mafiosa, strutturata e radicata.
In quel processo Armando Li Bergolis fu condannato a una lunga pena detentiva, 27 anni, così come il fratello Matteo. Franco Li Bergolis, invece, venne condannato all’ergastolo. Le decisioni giudiziarie contribuirono a fotografare la forza del clan dei montanari, capace secondo gli inquirenti di esercitare un controllo pesante sul territorio, attraverso la violenza, il prestigio criminale, la capacità intimidatoria e la rete di relazioni costruita nel tempo.
Il capo dei montanari
Nel racconto investigativo, Armando Li Bergolis non è mai stato una figura di secondo piano. È stato descritto come il capo indiscusso del clan Li Bergolis-Miucci, il soggetto dotato di maggiore spessore criminale e il punto di riferimento di una famiglia che ha rappresentato una delle colonne della mafia garganica.
Il clan dei montanari, secondo le ricostruzioni antimafia, ha avuto il suo baricentro a Monte Sant’Angelo e nei comuni del Gargano, in un contesto segnato da faide sanguinose, omicidi, vendette trasversali, controllo delle attività illecite e capacità di condizionamento sociale. Negli ultimi anni, nuove inchieste e dichiarazioni di collaboratori di giustizia hanno ulteriormente riacceso l’attenzione sul gruppo Li Bergolis-Miucci, indicato come una delle articolazioni criminali più radicate del territorio.
Gli anni al 41 bis
La lunga detenzione di Armando Li Bergolis è stata segnata anche dal carcere duro. Il 41 bis è stato applicato proprio in ragione del profilo criminale attribuito al detenuto e del pericolo, valutato dall’autorità giudiziaria, di mantenimento dei collegamenti con l’organizzazione di riferimento. Nel 2025 la Cassazione aveva già respinto un ricorso contro la proroga del regime differenziato, confermando la decisione del Tribunale di Sorveglianza di Roma.
Anche la vicenda della lettera trattenuta nel carcere di Viterbo aveva confermato la rigidità dei controlli nei suoi confronti. La missiva, inviata dal difensore, conteneva una sentenza dell’autorità giudiziaria di Bari, ma secondo i giudici non poteva essere consegnata perché priva dell’attestazione di autenticità. Per la Cassazione non si trattava di una violazione del diritto di difesa, ma di una misura necessaria per impedire che documenti non certificati potessero essere alterati o utilizzati per veicolare comunicazioni non consentite.
Un nome che pesa ancora
Il ritorno in libertà di Armando Li Bergolis riporta al centro della scena un cognome che ha segnato la storia criminale del Gargano. La sua scarcerazione sarà inevitabilmente osservata con attenzione dagli investigatori, dalle forze dell’ordine e dalla magistratura antimafia, proprio per il ruolo che l’uomo ha avuto negli equilibri del clan dei montanari.
La mafia garganica, negli ultimi anni, è stata attraversata da nuove inchieste, processi, collaborazioni con la giustizia e ricostruzioni sempre più dettagliate sulla struttura dei gruppi criminali. In questo scenario, il nome Li Bergolis resta uno dei più pesanti. Un nome associato alle guerre di mafia, al controllo del territorio, alla forza intimidatoria di un clan capace per decenni di reggere all’urto delle indagini e al muro dell’omertà.










