A leggere le quasi 500 pagine dell’ordinanza del maxi blitz contro la Società foggiana eseguito due giorni fa, emerge una narrazione ben diversa rispetto a quella raccontata pubblicamente nella conferenza stampa successiva agli arresti.
Se davanti alle telecamere era stato sottolineato il “coraggio” degli imprenditori che avrebbero collaborato con gli investigatori, nelle carte dell’inchiesta i magistrati descrivono invece un quadro molto più duro e complesso: imprenditori reticenti, vittime che avrebbero negato l’evidenza, altri che avrebbero parlato soltanto dopo ripetuti interrogatori e persino alcuni testimoni che, secondo gli atti, avrebbero informato gli stessi indagati di essere stati ascoltati dalle forze dell’ordine.
“Solo uno si è presentato spontaneamente”
Il passaggio più significativo dell’ordinanza riguarda proprio il comportamento delle vittime delle estorsioni.
I pubblici ministeri mettono nero su bianco che soltanto un imprenditore foggiano avrebbe denunciato spontaneamente gli episodi estorsivi, dando impulso all’intero procedimento penale.
Secondo i magistrati, quell’imprenditore sarebbe stato “l’unico soggetto che si è presentato spontaneamente a denunciare gli autori dei reati”, mantenendo “sempre un atteggiamento collaborativo, nonostante lo stato di paura e forte tensione”.
Una scelta che, scrivono i pm, sarebbe andata “in controtendenza rispetto agli altri imprenditori foggiani”, molti dei quali avrebbero invece taciuto quanto conoscevano oppure avrebbero riferito i fatti solo quando convocati dagli investigatori.
Le critiche dei magistrati alle altre vittime
Nelle carte il giudizio della procura appare particolarmente severo. I magistrati evidenziano che diverse vittime di estorsione, pur essendo sottoposte al pagamento del “pizzo”, non avrebbero mai formalizzato denunce spontanee.
Anzi, in alcuni casi gli inquirenti sarebbero stati costretti a riconvocare gli imprenditori perché, durante i primi interrogatori, avrebbero negato vicende che invece emergevano chiaramente dalle intercettazioni.
Il quadro delineato nell’ordinanza restituisce così l’immagine di una città ancora fortemente condizionata dalla paura e dall’omertà.
Secondo quanto emerge dagli atti, alcuni testimoni avrebbero addirittura informato gli indagati di essere stati ascoltati dalla polizia giudiziaria, comportamento che avrebbe ulteriormente complicato il lavoro investigativo. “Vittime, peraltro, che pur esposte alle pesanti ritorsioni del clan o alle meschine delazioni di altri soggetti (parimenti taglieggiati) – si legge -, nel tentativo di potersi accreditare in tal modo agli occhi dei loro aguzzini, oltre ad informarli delle indagini in corso, li avvisavano di essere stati convocati in caserma per essere sentiti a s.i. (sommarie informazioni, ndr) ed effettuare eventuali riconoscimenti fotografici, consegnandogli a miglior memoria lo stesso invito a comparire in cui erano segnati i nomi anche di altri imprenditori interessati (quali persone offese) alla ramificata attività estorsiva, in tal modo esponendoli personalmente alle ritorsioni degli esponenti del clan”.
E ancora: “Tra i commercianti e gli imprenditori, categorie maggiormente interessate dal radicato fenomeno estorsivo, non si sono registrate che poche denunce a fronte di decine e decine di casi (accertati nel corso delle indagini) in cui le vittime hanno preferito tacere e pagare, in alcuni casi assumendo addirittura un atteggiamento di attiva collaborazione, informando i propri aguzzini delle indagini in corso nei loro confronti”.
Le attività finite nel mirino
L’inchiesta fotografa una pressione estorsiva diffusa su diversi settori economici della provincia di Foggia.
Nel mirino dei clan sarebbero finite attività legate alla ristorazione; all’edilizia; agli asfalti; al commercio; alla produzione alimentare e ai pastifici; al settore agricolo e della paglia; al calcio; al turismo e alla ricettività.
Tra gli episodi ricostruiti dagli investigatori figurano anche tentativi di “avvicinamento” agli imprenditori attraverso richieste apparentemente innocue, come soggiorni nelle strutture alberghiere o contatti preliminari finalizzati a creare un rapporto.
Il caso delle minacce via social
Nell’ordinanza viene ricostruito anche un episodio estorsivo avvenuto tramite Instagram.
Secondo gli investigatori, le minacce sarebbero partite da un profilo social riconducibile a Claudio Pesante detto “U’ sgarr”, figlio del boss Francesco, che avrebbe contattato direttamente la vittima.
Successivamente, sempre secondo gli atti, sarebbe intervenuto anche un parente dell’indagato per scusarsi con l’imprenditore e tentare di ridimensionare l’accaduto.
Per i magistrati si tratta di elementi che confermerebbero il clima di intimidazione mafiosa ricostruito nel procedimento.
Gli arrestati e il nome di Alessandro Moretti
Tra i nomi coinvolti nell’operazione figurano esponenti storici e giovani leve ritenute vicine alla Società foggiana. Francesco Abbruzzese, Antonio Bellofatto, Fabrizio Bevilacqua, Luciano Calabrese, Luigi Croce, Antonio Riccardo Augusto Frascolla, Gioacchino Frascolla, Alessandro Moffa, Pasquale Moffa, Alessandro Moretti, Raffaele Perdonò, Samuel Perdonò, Claudio Pesante, Sergio Ragno, Ciro Spinelli, Ciro Stanchi e Luigi Tonti.
L’ordinanza ricostruisce inoltre ulteriori episodi contestati a Saverio Bruno e Francesco Cocco in relazione ad altre vicende estorsive e detenzione di armi.
Nelle carte viene citato anche Alessandro Moretti, nel frattempo ucciso, indicato tra i soggetti che avrebbero tentato approcci con alcuni imprenditori vittime di estorsione. Moretti è stato ammazzato il 15 gennaio scorso a Foggia, in via Sant’Antonio. Era nipote dello storico boss Rocco Moretti, detto “il porco”, e la sua morte ha riacceso il timore di nuovi regolamenti di conti nella criminalità organizzata foggiana.
L’ordinanza richiama inoltre figure già note alle cronache giudiziarie e familiari di storici esponenti mafiosi foggiani, alcuni già condannati in passato in procedimenti come “Decima Azione”, “Decimabis” e “Game Over”.
La vera fotografia della città
Più che l’immagine di una ribellione collettiva al racket, l’ordinanza sembra restituire la fotografia di una città ancora paralizzata dalla paura.
Da una parte pochi imprenditori pronti a collaborare apertamente con lo Stato. Dall’altra, secondo i magistrati, un tessuto economico che spesso avrebbe scelto il silenzio, l’ambiguità o la prudenza estrema pur di evitare ritorsioni.
Ed è forse proprio questo il dato più pesante che emerge dalle carte dell’inchiesta.










