Ventitré condanne per reati che vanno dall’associazione mafiosa al traffico di droga, passando per armi, estorsioni, tentato omicidio e turbativa d’asta. È la decisione emessa dal gup di Bari Chiara Maglio nel processo con rito abbreviato nato dall’inchiesta “Codice interno”, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Bari.
Il procedimento riguardava in particolare gli equilibri criminali nel quartiere Japigia e i presunti rapporti tra mafia, politica e imprenditoria.
Le condanne più pesanti
La pena più alta, 13 anni di reclusione, è stata inflitta ad Antonio Busco. Undici anni invece per Riccardo Campanale.
Tra i condannati figurano anche il capoclan Eugenio Palermiti, condannato a 3 anni e 6 mesi; il figlio Giovanni Palermiti, condannato a 9 anni e 3 mesi; il cantante neomelodico Tommaso “Tommy” Parisi, figlio del boss “Savinuccio”, condannato a 2 anni e 2 mesi.
Per Tommy Parisi si tratta di una ulteriore condanna nell’ambito della stessa inchiesta: nei mesi scorsi era già stato condannato a 9 anni per altri episodi contestati nel procedimento.
L’inchiesta della Dda
L’indagine era stata condotta dalla squadra mobile di Bari e coordinata dal pm antimafia Fabio Buquicchio.
Gli imputati erano accusati, a vario titolo, di associazione mafiosa; traffico e spaccio di sostanze stupefacenti; detenzione di armi; tentato omicidio; estorsioni; turbative d’asta.
Il Comune parte civile
Gli imputati condannati dovranno risarcire le parti civili, tra cui il Comune di Bari.
“Utilizzeremo i soldi dei risarcimenti per interventi di antimafia sociale”, ha dichiarato il sindaco Vito Leccese.
“La sentenza rappresenta un ulteriore e importante passaggio nel percorso di verità e giustizia rispetto a vicende che hanno ferito profondamente la nostra comunità”, ha aggiunto il primo cittadino barese.
Il filone politico dell’inchiesta
Nell’ambito della stessa inchiesta, nel settembre scorso, l’ex consigliere regionale pugliese Giacomo Olivieri era stato condannato in primo grado a 9 anni di reclusione per scambio elettorale politico-mafioso ed estorsione.
Secondo l’accusa avrebbe raccolto voti dai clan baresi per favorire l’elezione al consiglio comunale della moglie, Maria Carmen Lorusso.













