“Il pizzo come certificato di agibilità e tassa di sovranità per permettere agli operatori economici di lavorare. Pizzo che diventa sistema per sostenere cassa comune e finanziare stipendi. Pizzo che tiene viva la lista delle estorsioni. Alcuni nomi di quelle liste sono ancora oggi vittime di estorsioni”. Così Giuseppe Gatti, magistrato della DDA di Bari e grande esperto di mafia foggiana e garganica, nel giorno dei 21 arresti per tre vicende distinte: 18 per le estorsioni agli imprenditori foggiani da parte di esponenti dei clan Moretti e Sinesi-Francavilla, altri due (Matteo Lombardi e Luigi Ferro) per il duplice omicidio del 2017 ad Apricena e l’ultimo, il fermo di Giuseppe Robustella per l’omicidio di Stefano Bruno e il tentato omicidio del padre Pasquale Bruno e del fratello Saverio.
“Oltre al racket – ha continuato Gatti – c’è la guerra, l’annientamento del rivale attraverso una ferocia inaudita. C’è il colpo di grazia come per il duplice omicidio di Apricena, un brand della mafia garganica che vuole cancellare volti e memoria. Ma c’è anche la modernità, le mafie foggiane sanno federarsi come nelle estorsioni. Moretti e Sinesi-Francavilla continuano a fare squadra e lavorare insieme in un sistema centralizzato. L’integrazione criminale si sta espandendo e investe un progetto più ampio, l’integrazione tra mafie foggiane e garganiche per conquistare ulteriori luoghi. Si guarda all’area dell’Alto Tavoliere e oltre. Un processo allarmante. Ma in questa indagine compaiono in maniera sempre più importante i collaboratori di giustizia. Ed iniziano a comparire anche i contributi delle vittime nelle vicende estorsive, qualcosa che ci fa ben sperare”.









