Sono passati quarant’anni dalla strage del Bacardi, l’agguato mafioso che nella notte del primo maggio 1986 segnò una svolta negli equilibri criminali di Foggia. Quattro le vittime di quella mattanza nel circolo privato di piazza Mercato: Giovanni Rollo, Pompeo Rosario Corvino, Pietro Piserchia e Antonietta Cassanelli. Obiettivo dei killer era il narcotrafficante Gennaro Manco, unico sopravvissuto, gravemente ferito. Un messaggio chiaro: “a Foggia comando io”.
La strage che cambiò la mappa criminale
A ordinare l’agguato fu Giosuè Rizzi, detto “Il Papa di Foggia”, poi condannato a 29 anni di carcere. Coinvolto anche Rocco Moretti, figura storica della mafia foggiana, che fu però assolto. La strage segnò la fine del tentativo di espansione della Sacra corona unita in Capitanata attraverso il clan Laviano e aprì la strada all’ascesa dei gruppi autoctoni.
Tra il 1986 e il 1989 il clan Rizzi-Moretti si impose con la forza, lasciando dietro di sé una scia di sangue che portò quasi all’annientamento dei Laviano, tra omicidi, tentati omicidi e la lupara bianca di Giuseppe “Pinuccio” Laviano.
Dalla stagione dei boss storici agli equilibri attuali
Negli anni successivi, arresti, processi e collaborazioni di giustizia hanno ridisegnato gli assetti della criminalità organizzata foggiana. Lo stesso Rizzi, scarcerato nel 2010, fu ucciso nel 2012 in un agguato mai chiarito. Oggi molti capi storici dei clan sono detenuti, ma il quadro resta tutt’altro che stabilizzato.
L’attenzione è ora puntata anche sul processo “Game Over”, che potrebbe rappresentare un nuovo capitolo nella risposta dello Stato al traffico di droga aggravato dal metodo mafioso, con imputati di peso tra cui lo stesso Rocco Moretti.
Fatti di sangue e clima di tensione
A quarant’anni da quella strage, Foggia si ritrova ancora una volta a fare i conti con una scia di violenza che riaccende interrogativi e timori. Negli ultimi giorni si sono susseguiti episodi gravi, anche se non tutti riconducibili direttamente a dinamiche mafiose.
L’omicidio del personal trainer Dino Carta, il femminicidio di Stefania Rago e il recente agguato costato la vita a Stefano Bruno, nipote di Gianfranco Bruno detto “il primitivo”, uomo legato al clan Moretti. A gennaio era stato ucciso anche Alessandro Moretti.
Episodi diversi tra loro, ma che contribuiscono a delineare un clima di forte tensione e possibili nuove fibrillazioni nella malavita locale.
Memoria e presente
La strage del Bacardi resta una ferita aperta nella storia della città, simbolo di una fase in cui la violenza mafiosa ridefinì gli equilibri criminali. Quarant’anni dopo, tra memoria e attualità, Foggia continua a confrontarsi con il tema della sicurezza e con la necessità di tenere alta la guardia.
Perché se da un lato lo Stato ha colpito duramente le organizzazioni, dall’altro i recenti fatti di sangue dimostrano che la partita non è ancora chiusa.









