È il quinto tumore più diffuso in Italia, ma continua a essere poco conosciuto e spesso sottovalutato. Nel 2025 sono stati stimati 29.100 nuovi casi di tumore della vescica, con un impatto rilevante sul sistema sanitario e sulla vita dei pazienti.
Fumo e fattori di rischio
A pesare in modo determinante è il fumo di sigaretta, responsabile di circa il 50% dei casi. Un ulteriore 10% è legato all’esposizione a sostanze chimiche presenti in ambito lavorativo, come coloranti, diserbanti e idrocarburi.
Un dato che preoccupa soprattutto per l’aumento dell’incidenza tra le donne, legato alla crescente diffusione del tabagismo anche nella popolazione femminile.
Sintomi spesso ignorati
Nonostante i numeri, il tumore della vescica viene spesso diagnosticato tardi. Il segnale più frequente è la presenza di sangue nelle urine, ma possono comparire anche difficoltà nella minzione e dolore.
Sintomi che vengono spesso confusi con disturbi benigni, ritardando così la diagnosi.
Diagnosi precoce e nuove cure
Nel 75% dei casi la malattia viene individuata in fase iniziale, quando è ancora superficiale e trattabile chirurgicamente con buone possibilità di guarigione. La sopravvivenza a cinque anni è pari a circa l’80%.
Per le forme più avanzate, oggi sono disponibili terapie innovative che stanno migliorando le prospettive di vita dei pazienti.
Il ruolo di Foggia e l’intervento di Carrieri
Dal territorio foggiano arriva un richiamo forte alla necessità di rafforzare i percorsi di cura. Giuseppe Carrieri, preside della Facoltà di Medicina dell’Università di Foggia, direttore del Dipartimento di Urologia universitaria del Policlinico e presidente della Società italiana di urologia, sottolinea il ruolo centrale dell’urologia nella gestione della malattia.
“L’urologia riveste un ruolo centrale nella costruzione di percorsi integrati per il paziente con tumore della vescica, a partire dalla diagnosi tempestiva fino alla gestione delle fasi successive del trattamento”, spiega.
Fondamentale, aggiunge, è la collaborazione tra diverse figure specialistiche: “Il lavoro strutturato con radiologi, anatomo-patologi e oncologi consente di garantire appropriatezza clinica e continuità assistenziale, elementi indispensabili per un percorso realmente efficace”.
Percorsi uniformi e sfide future
In Italia vivono oltre 300mila persone con questa diagnosi, il 90% dei casi riguarda il carcinoma uroteliale. Per gli esperti, la sfida è costruire percorsi diagnostico-terapeutici uniformi su tutto il territorio, riducendo le disuguaglianze e garantendo accesso alle cure.
Accanto agli aspetti clinici, resta centrale anche il supporto ai pazienti, chiamati ad affrontare un percorso complesso sia sul piano sanitario che emotivo.
La parola d’ordine resta una: prevenzione e diagnosi precoce. Perché riconoscere in tempo i segnali può fare la differenza.












