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Home - Truffe agricole e fondi europei, il tempo cancella le accuse: in nove fuori dal processo “Grande Carro”

Truffe agricole e fondi europei, il tempo cancella le accuse: in nove fuori dal processo “Grande Carro”

Prescritte tutte le contestazioni per una parte degli imputati. Resta in piedi solo il cuore mafioso dell’inchiesta

Di Redazione
24 Gennaio 2026
in Cronaca, Foggia
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Il processo “Grande Carro” si alleggerisce in modo significativo, almeno sul fronte delle truffe legate ai contributi europei e regionali. Dopo tre anni di dibattimento, il Tribunale di Foggia ha dichiarato la prescrizione per una parte consistente delle contestazioni, facendo uscire definitivamente dall’inchiesta nove imputati e riducendo il perimetro del procedimento ordinario, ancora lontano dalla sentenza di primo grado.

L’indagine, avviata dalla Dda e dai carabinieri del Ros, aveva portato nel 2020 a un maxi blitz con 48 arresti e a uno dei più imponenti processi sulla cosiddetta quarta mafia. Oggi, però, una parte rilevante di quel filone giudiziario si chiude senza entrare nel merito delle responsabilità, per effetto del decorso dei termini di legge.

Chi esce dal processo per prescrizione

Il collegio giudicante ha pronunciato il “non doversi procedere perché i reati sono estinti per intervenuta prescrizione” nei confronti di nove imputati, accusati a vario titolo di concorso in truffe aggravate e falsi per l’indebita erogazione di fondi europei nel settore agricolo.

Escono definitivamente dal processo Alberico Andreano, 44 anni, di Foggia, imputato per falso; Luca Andreano, 40 anni, imprenditore foggiano, accusato di truffa e tre falsi; Giuseppe Arpaia, 49 anni, campano, legale rappresentante di una ditta di trasporti, imputato di tre truffe e un falso; Manlio Livio Cassandro, 77 anni, di Barletta, progettista nel settore agricolo, imputato di due truffe e un falso; Addolorata Diomede, 61 anni, di Foggia, amministratrice di conti correnti, imputata di una truffa e quattro falsi; Donato Matteo Forte, 40 anni, di Manfredonia, legale rappresentante di una cooperativa, imputato di una truffa e quattro falsi; Angelo Sacchi, 54 anni, di Foggia, geometra, imputato di tre truffe; Giuseppe Sgorbati, 59 anni, di Brescia, amministratore di gruppo imprenditoriale, imputato di due truffe; Cosimo Specchia, 72 anni, di Triggiano, funzionario regionale, imputato di cinque truffe e sei falsi.

Per tutti loro, le accuse relative ai contributi comunitari e ai documenti ritenuti falsi non verranno più esaminate nel merito.

Altre prescrizioni e una morte durante il processo

Prescritte anche, in modo parziale, alcune contestazioni per altri imputati che restano comunque a processo per reati diversi. Tra questi Luigi Cianci, 66 anni, di Cerignola, e Giovanni Granatiero, 72 anni, di Monte Sant’Angelo, entrambi funzionari dell’ufficio provinciale agricoltura; Michele Prencipe, 69 anni, di Foggia; Raffaele Lo Drago, 73 anni, di Conversano. In questi casi, le prescrizioni hanno riguardato singole ipotesi di truffa e falso.

Il tribunale ha inoltre dichiarato il non doversi procedere nei confronti di Giuseppe Fiumara, classe 1956, gestore di fatto di una ditta spedizioniera, deceduto nel corso delle udienze: era imputato di quattro truffe.

Il cuore del processo resta in piedi

Se una parte dell’impianto accusatorio si è ormai spenta, il procedimento “Grande Carro” prosegue però per 18 imputati per i reati non prescritti. Restano contestazioni pesantissime: associazione mafiosa, estorsioni, incendi, danneggiamenti, trasferimento fraudolento di beni, armi, corruzione, oltre ad alcune truffe e falsi ancora nei termini.

In molti casi è contestata l’aggravante mafiosa, sia per i metodi utilizzati sia per l’obiettivo di agevolare il clan e di assicurare profitti illeciti.

Il ruolo del clan e il nome di Delli Carri

Tra gli imputati ancora a processo figura Donato Delli Carri, 57 anni, foggiano, affiliato storico della “Società Foggiana”, già condannato a 26 anni di carcere per mafia e per l’omicidio del costruttore Giovanni Panunzio, assassinato nel 1992 perché si era opposto al racket. Secondo l’accusa, Delli Carri e il fratello Francesco detto “U’ Malat” (condannato in abbreviato, ma si attende la Cassazione), nipoti del boss Roberto Sinesi, sarebbero stati al vertice di un’associazione mafiosa armata, ritenuta articolazione del clan Sinesi-Francavilla capeggiato dallo zio fin dagli anni ’90.

Il sodalizio, secondo l’impianto accusatorio, mirava al controllo diretto o indiretto di attività economiche nei settori dell’edilizia, del movimento terra, della ristorazione, dei giochi e delle scommesse, oltre all’acquisizione di appalti pubblici e privati e alla gestione del consenso elettorale.

Un processo simbolo che cambia volto

L’inchiesta “Grande Carro”, finita anche all’attenzione della Commissione parlamentare antimafia, aveva segnato uno spartiacque nel racconto della criminalità foggiana, mostrando la capacità dei clan di affiancare alle estorsioni tradizionali un sistema strutturato di truffe ai danni dell’Unione Europea, con reinvestimenti anche all’estero, fino a Praga.

Oggi, con la raffica di prescrizioni, una parte di quella storia giudiziaria si chiude senza sentenze di merito. Il processo, però, continua su un altro fronte, quello più strettamente mafioso, destinato a tenere ancora a lungo l’aula del Tribunale di Foggia sotto i riflettori.

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Tags: cronaca giudiziariaFoggiaMafia foggianaprescrizioneprocesso Grande CarroTribunaletruffe Ue
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