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Home - Pentiti a confronto sull’omicidio di Omar Trotta: versioni in contrasto e processo verso la conclusione

Pentiti a confronto sull’omicidio di Omar Trotta: versioni in contrasto e processo verso la conclusione

Raduano e Quitadamo divergono su arma, sopralluoghi e ruolo dei basisti. Sentito anche "Martufello" sul caso masseria. Discussione fissata per dicembre

Di Francesco Pesante
28 Novembre 2025
in Cronaca, Gargano
Raduano, Quitadamo, Bonsanto e Troiano; in alto, Omar Trotta

Raduano, Quitadamo, Bonsanto e Troiano; in alto, Omar Trotta

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Di scena i pentiti nel processo ad Angelo Bonsanto e Gianluigi Troiano (pentito e reo confesso) accusati dell’omicidio di Omar Trotta, il giovane ucciso nella sua bruschetteria di Vieste alla fine di luglio del 2017. L’agguato, avvenuto davanti a compagna e figlia della vittima, la bimba era nel passeggino, sarebbe avvenuto nell’ambito della sanguinosa guerra di mafia tra i clan viestani Raduano e Iannoli-Perna. Ad ordinare l’attentato fu proprio Marco Raduano alias “Pallone”, ex boss della città, oggi collaboratore di giustizia, già condannato a 20 anni per questa e altre vicende.

All’epoca il capoclan aveva sete di vendetta, smanioso di rispondere ai rivali dopo l’uccisione del cognato Gianpiero Vescera. Per questo finì nel mirino anche Trotta, freddato in pieno giorno nel cuore dell’estate garganica.

Oggi Raduano, collegato da una località protetta, ha ricostruito quei giorni così come ha fatto un altro collaboratore di giustizia, il mattinatese Antonio Quitadamo detto “Baffino”, un tempo alleato al boss di Vieste per conto del clan Lombardi-Scirpoli-La Torre. Anche Quitadamo è già stato giudicato per questo reato e condannato a 12 anni e 4 mesi con l’accusa di aver consegnato l’arma a Bonsanto.

Ma nell’udienza di oggi in Corte d’Assise a Foggia, i racconti dei due sono andati in evidente contrasto. Non convergono le informazioni relative all’arma, ai sopralluoghi della sera prima e ai movimenti del basista Troiano, poi presente nel ristorante al momento dell’agguato con il compito di dare il segnale ai killer. All’epoca Troiano faceva il doppio gioco, fingeva di stare ancora con il clan dei montanari Li Bergolis-Miucci, alleato degli Iannoli-Perna, ma in realtà si era già avvicinato a Raduano.

La masseria e i certificati medici

“Pallone” e Quitadamo non hanno fornito la stessa versione nemmeno sulle persone presenti nella masseria di Emanuele Finaldi detto “Martufello” la sera prima dell’omicidio. Secondo accusa e pentiti, la struttura avrebbe ospitato gli assassini. Finaldi, anche lui sentito oggi, ha negato di aver prestato la sua masseria “a questi signori”. “Nessuno ci ha dormito, tantomeno i killer. Bonsanto? Non lo conosco”.

Nel frattempo, la difesa di Bonsanto, avvocato Luigi Marinelli, ha prodotto nuovi documenti sanitari per dimostrare che l’uomo si sottopose ad una visita a San Severo proprio la mattina del delitto. Il medico, sentito nella scorsa udienza, ha già negato questa circostanza.

Gli articoli de l’Immediato e le foto segnaletiche 

Durante l’udienza sono spuntati anche due articoli de l’Immediato dell’agosto 2017 quando Bonsanto fu arrestato insieme ad altre tre persone. Il pentito Orazio Coda detto “Balboa” riferì di aver riconosciuto Bonsanto dalle immagini pubblicate dalla testata e a lui indicate da Raduano in persona. Le foto ritraggono gli arrestati con gli occhi coperti, inattendibili per la difesa.

Il confronto e un processo alle battute finali

Infine, il tribunale si è riservato sul confronto chiesto da Bonsanto che nella scorsa udienza aveva attaccato pesantemente l’altro imputato: “Troiano è un falso perché mi accusa senza avermi mai incontrato. Sono pronto ad un confronto diretto con lui. Stanno tutti mentendo e non capisco per quale disegno”. Si torna in aula per discussione pm e difesa nella prima metà di dicembre.

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Tags: Antonio BonsantoAntonio Quitadamoclan garganiciCorte d’Assise Foggiacronaca giudiziariaFoggiaGianluigi TroianoMafia garganicaMarco RaduanoOmicidio Omar TrottaVieste
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