In un’Italia sempre più vecchia e con un tasso di natalità ai minimi storici, la Regione Puglia lancia una misura destinata a far discutere: è la prima in Italia a finanziare con fondi pubblici il congelamento degli ovociti per le donne che desiderano posticipare la maternità. Una scelta che punta a offrire più strumenti di libertà e consapevolezza alle donne, ma che si inserisce anche nel tentativo, ormai diffuso in tutta Europa, di contrastare la crisi demografica.
Il tema è stato approfondito nell’ultimo numero della rivista Internazionale, in un articolo firmato da Amy Kazmin del Financial Times, che mette in evidenza luci e ombre di un fenomeno sempre più urgente: in Italia il numero medio di figli per donna è sceso nel 2024 a 1,18, il minimo storico dal 1952, mentre nel 2023 sono nati solo 379mila bambini.
L’intervento pugliese e il dibattito nazionale
Il progetto è stato promosso dall’assessorato al welfare della Regione Puglia, guidato da Valentina Romano, che ha spiegato: “L’orologio biologico e quello sociale non coincidono. Questo strumento consentirà alle donne di realizzare il sogno della maternità, permettendo loro di programmare la propria vita con maggiore serenità”.
La misura non è destinata a tutte: è riservata alle donne sposate con uomini, e ogni utilizzo degli ovociti per fini riproduttivi avverrà solo in ambito medico regolamentato. Ma segna un cambio di paradigma: fino a oggi, in Italia, congelare gli ovociti era un servizio privato molto costoso.
Parallelamente, il governo Meloni ha avviato una campagna triennale da 3,5 milioni di euro per incentivare le donne a sottoporsi al test delle riserve ovariche, un indicatore della fertilità. L’obiettivo dichiarato è aiutare le donne a “prendere decisioni più consapevoli sulla maternità”. Ne è convinta anche Augusta Montaruli, deputata di Fratelli d’Italia, che ha definito il test “uno strumento di autodeterminazione”. Lei stessa, incinta a 41 anni del primo figlio, ha parlato di “miracolo”.
Le critiche: “Serve un cambio strutturale”
Ma c’è chi non vede in queste misure la chiave per risolvere il problema. Secondo Maria Rita Testa, docente di demografia alla Luiss di Roma, il vero nodo resta l’incertezza economica che colpisce le giovani donne italiane: “Le ragioni economiche sono molto più importanti dei problemi di salute. Se non si permetterà alle famiglie di avere redditi più alti e stabilità lavorativa, non ci sarà alcun effetto duraturo sulle nascite”.
Uno studio recente dell’Organizzazione delle Nazioni Unite conferma che il 30% delle italiane fra i 25 e i 39 anni ha rimandato la maternità o rinunciato a causa della precarietà. E il 13% delle donne tra i 18 e i 40 anni ha dichiarato di non volere figli perché mancano servizi, certezze e supporto sociale.
L’Italia, intanto, si muove tra approcci simbolici e azioni concrete. La Puglia ha scelto una via inedita, ma il monito degli esperti resta chiaro: senza una riforma strutturale del mercato del lavoro, un welfare più solido e un cambio culturale, congelare ovociti non basterà a scongelare il futuro demografico del Paese.












